Il primo giorno di Culetto Matto: Mad Cool siamo arrivati

Madrid è torrida. Appoggiamo il piede su suolo ispanico e veniamo travolti da un’ondata di calore che ci fa chiedere: “come sopravviveremo a questo festival?”. Imperterriti saliamo sul bus diretto a Espacio Mad Cool, imperterrito il termometro segna 38 gradi centigradi. Ma tranquilli, c’è il lieto fine.

Il primo giorno di festival è stato il day 0, dedicato al welcome party. Ce lo siamo persi, ma siamo decisi a non farci sfuggire nulla da qui alla fine del Mad Cool 2019.

Il check in impeccabile ci permette di accedere velocemente all’area concerti ed è subito amore: davanti a noi un confortante prato sintetico, tre palchi “main”, postazioni birra, chioschetti per svagarsi, altri palchi, zona cibo, divertimento. Lo spazio diventerà quasi irriconoscibile a fine serata quando brulicherà di gente.

Prendiamo a tempo di record una Mahou e ci dirigiamo verso tre palchi per un rapido tour: sul Madrid te abraza Nao canta e shakera le anche impassibile ai 40 gradi, Photay si perde nel suo personale loop sul palco omonimo, mentre il più popolato rimane per ora Lewis Capaldi con il suo cantutorato molto giovane sul Comunidad de Madrid.

Arriva la prima sorpresa: dall’Australia entra a gamba tesa Tash Sultana che si trasforma in Shiva suonando chitarra, batteria elettronica, tromba, tastiera e altri orpelli musicali. Il live è ipnotico, lo schermo fa la sua parte con immagini psichedeliche e la platea si trasforma in un blob oscillante e felice.

Sul palco opposto l’atmosfera è più punkeggiante, incalzata dal post-hardcore degli statunitensi La Dispute. Carichi, esplosivi, sporchi e incazzati riescono a tenere banco per una buona ora.

Noi ci perdiamo un po’ di canzoni perché la signora sta arrivando. Il palco stagliato sul tramonto accoglie l’ingresso trionfale di Miss Lauryn Hill. Tre parole: energia, rigore e impegno politico. Dopo qualche trascinante brano ci spostiamo verso un’altra esibizione. È ora del nonno più rock di tutti i tempi, capace di convogliare una platea abnorme davanti al palco. In barba ai 72 anni, il biondo carré di Iggy Pop si scuote sul palco, jeans neri, torso nudo e la stessa impeccabile incazzatura. È il maestro e la lezione è magistrale.

La luce è svanita e la seconda parte di serata si avvia vorticosa. Non c’è più tempo di riposare perché Bon Iver ci romanticizza sul Mad Cool stage con brani intimi estesi a migliaia di persone. Ma sentiamo verso la fine il richiamo dell’adolescenza: alcuni pezzi degli Oasis risuonano, e capiamo che è il momento dell’esibizione del fratello simpatico e intonato. Magico, Noel Gallagher coi suoi High Flying Birds sciorina brani conosciuti e pezzi nuovi per un’ora da trattenere il fiato.

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Ultima tranche e qua c’è da correre: contemporaneamente si esibiscono due band fatte per cantare, ballare e scuotersi. Da un lato del ring i The Hives, sudore, follia e punk recente in una band che ormai ha alle spalle decenni di musica. Uno spagnolo ironico su accento svedese, un sorriso beffardo e smoking sudati. Ma soprattutto follia. Dall’altra parte del quadrato un globo troneggia sul palco e ruota mentre i sette Vampire Weekend fanno la loro usuale magia: indefinibili come categoria sono capaci di unire diversi generi musicali, strumenti insoliti, brani inimitabili.

Basta, abbiamo dato, 8 ore come un turno in fabbrica, musica incessante, sorriso a mille denti, felicità oltre misura. I fratelli chimici che stanno per far esplodere la platea ci perdoneranno ma noi stasera abbandoniamo la nave.

Anche il venerdì che è già iniziato ci aspetta una line-up impressionante e un paio di riposo sono necessarie.

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