In un Druso sold out e gremito all’inverosimile di vecchi fan dei Deep Purple, è andato in scena un ritorno alle grandi sonorità degli anni settanta da brividi: Glenn Hughes, “The Voice of Rock”.

Lo storico bassista ha suonato e cantato pezzi del suo periodo con la storica band britannica (dal 1973 al 1976), concedendosi un paio di divagazioni come l’immancabile Smoke on the Water o la cover di Georgia on my Mind, in cui Hughes si è concesso virtuosismi vocali da pelle d’oca. Il buon Glenn ha costantemente cercato il dialogo con il suo pubblico, mostrandosi sentitamente riconoscente per l’affetto dei fan presenti e di quelli italiani in generale, dimostrando una semplicità e un’affabilità insolite per artisti del suo calibro; potremmo azzardare che abbia fatto sua anche la quota di simpatia che è sempre mancata al mitico, ma serissimo, Ritchie Blackmore. Ampio spazio è poi stato lasciato ai componenti della band, il chitarrista Soren Anderson, il tastierista Jesper Bo Hansen e il batterista Fer Escobedo che, tra un pezzo e l’altro, hanno intrattenuto la platea con assoli da brividi, dando modo al sessantaseienne Hughes di riprendere fiato.

Alle 22.30 in punto la leggenda del rock si è materializzata sul palco con i suoi immancabili occhiali da sole ed ha dato il via alle danze con la poderosa Stormbringer, dall’omonimo album del 1974; giusto il tempo di salutare il caloroso pubblico bergamasco ed il riff di chitarra di Might Just Take Your Life ci proietta in uno degli album più rappresentativi della storia del rock: l’imprescindibile Burn del 1974. Dal medesimo album ecco Sail Away, con la quale Hughes dimostra di aver mantenuto intatta la sua potenza vocale; la più compassata e psichedelica You Keep on Moving ci fa viaggiare sino al 1975, anno di uscita dell’album Come Taste the Band ma con You Fool no One  e con la meravigliosa Mistreated si torna subito indietro di un anno, ai tempi di Burn.

Dopo Smoke on the Water e la già citata cover Georgia on my Mind, Hughes presenta la strepitosa band che lo ha accompagnato e torna dietro le quinte, lasciando il pubblico in trepidante attesa per un bis che si preannuncia scoppiettante. Infatti dopo pochi minuti l’ex bassista dei Purple ritorna in scena infiammando il pubblico con l’iconica Burn, cantata a squarciagola dall’estasiato pubblico. E’ trascorsa un’indimenticabile ora e mezza di puro e spettacolare rock e Hughes questa volta saluta tutti per davvero, lasciando ricordi indimenticabili a tutti i presenti, ma anche un pizzico di amaro in bocca a chi, come il sottoscritto, si aspettava almeno un secondo bis, perché no la mitica Highway Star.

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