Fask forse non è la felicità

Forse non è la felicità assistere al live dei Fast Animals and Slow Kids? Invece si

Parafrasando un quesito filosofico verrebbe da chiedersi: se i Fask suonassero e non ci fosse pubblico ad ascoltarli, spaccherebbero lo stesso? Ipotizzando una risposta, diremmo di si. I Fask, acronimo del gruppo alt-rock Fast Animals and Slow Kids, alle prese col nuovo tour non tradiscono le premesse dell’album Forse non è la felicità.

L’ultimo album è solo un ulteriore mattoncino della loro roccaforte musicale, che canzone dopo canzone ha raggiunto sempre più pubblico. Il loro percorso nasce poco meno di dieci anni fa, ma loro non hanno scordato mai il legame con il loro punto di partenza. Ad ogni live arriva immancabile una presentazione essenziale, diretta e incontestabile: “Ciao a tutti, noi siamo i Fast Animals and slow Kids e veniamo da Perugia”. Sempre, precisa, immancabile, familiare. Una delle certezze di questo gruppo è che, dall’inizio, non gliene può fregare di niente se non di assicurarsi di una cosa: tutti devono ballare, devono passare una bella serata, devono pogare, sudare, e senza il pubblico questo non si fa. I Fask non hanno una concezione puramente estetica del concerto live, dal primo momento instaurano un rapporto da pari con chi si sgola sotto di loro. Fossimo il cantante, concluderemmo questa frase con “Vaffanculo“.

Il loro percorso dopotutto inizia un po’ per divertimento punto e basta. I quattro componenti perugini della band – perché se non lo ricordate sono di Perugia – si sono riuniti per cazzeggiare strumenti alla mano. Aimone, Alessandro, Alessio e Jacopo vengono da precedenti esperienze musicali, che probabilmente non li facevano esprimere appieno.

Dopo due anni di tentativi e qualche concerto nelle zone del perugino, arriva il primo Ep, Questo è un cioccolatino (2009, To Lose La Track). La loro identità si delinea bene già da subito, e li fa notare nel circuito indie. Il 2010 è l’anno nel quale tra i diversi palchi si esibiscono in apertura a Zen Circus, Teatro degli Orrori, Ministri. I primi binari sono già poggiati, e non tradiscono il percorso futuro della band. Con il primo album entrano a gamba tesa nel mercato musicale: Cavalli li inserisce nel circuito indie, e prendono parte a diverse rassegne e premiazioni. Il cd è un concentrato di bravura e incazzatura con pochi pari nel mercato italiano. Dovessimo fare un paragone musicale si dovrebbe tracciare una linea diretta tra i Fask e i Foo Fighters in cui troviamo similitudini nell’uso dei riff e della metrica, nonché della rabbia espressa nel cantato.

Potenza e grande dinamicità del suono, i Fask cambiano ritmo in un brano tante volte quante un essere umano batte le palpebre. E non sbagliano mai. Dopo Cavalli, gli album seguenti non fanno che confermare le basi del loro modo di vedere e cantare il mondo: nel 2013 arriva Hybris che li lancia direttamente nell’olimpo della musica. Il brano A cosa ci serve viene premiata canzone dell’anno 2013 dai lettori di Rockit. L’anno successivo esce Alaska, tutti gli album sono editi da Woodworm. 

I Fask non perdono un colpo e vi si fanno sempre più vicini. Canzone dopo canzone vi fanno spazio perchè conosciate i motivi della loro incazzatura. Battono una mano sul posto a fianco al loro, mentre con l’altra schiaffeggiano le corde del basso o urlano nel microfono. Sono fondamentalmente incazzati costruttivi e voi siete gli amici coi quali bevono una birra al bar mentre raccontano di Maria Antonietta o di una Troia. Il tutto seguito da un immancabile “vaffanculo”. Con Forse non è la felicità, si affrontano discorsi più riflessivi e intimi. Al posto della birra ci tuffiamo su un negroni mentre le domande cambiano: Capire un errore e Giorni di gloria. Ma anche una nuova ragazza, stavolta Annabelle: “io provo tutto e fa male davvero ogni tuo movimento ogni pensiero”. L’album si apre con un lungo pezzo strumentale che sottolinea la maturità stilistica della band, Asteroide. Ma il finale si fa sempre filosofico, mentre gira attorno al tema “Forse non è la felicità ciò che voglio, ma un percorso per raggiungerla”.

I live dei Fask rimangono una delle migliori esperienze tanto per i fan sfegatati quanto per chi li conosce appena. Che passa immediatamente nel primo gruppo. Con il tour Forse non è la felicità i Fask toccano anche Bologna, ma visto che sono veramente imperdibili, bruciano immediatamente i primi biglietti. La data viene bissata il giorno successivo, il 2 aprile, sempre al Locomotiv Club. Punto di riferimento per la selezione musicale spettacolare, il Locomotiv si fa da sempre casa dei veri amanti di live di livello. Il sabato il locale esplode di energia, alla seconda replica l’atmosfera si fa più rilassata. La domenica sera ci sono meno persone, ma l’energia è ben ripartita tra pubblico e palco.

L’immancabile presentazione di apertura si allunga con una premessa di “Raga, famolo assieme sto concerto se no non ci arrivamo”. Impeccabili, spettacolari, comunque non riservano un goccio di energia ma la riversano sul pubblico. Il cantante mantiene una relazione col pubblico continua, salva stage divers principianti da craniate rovinose, cavalca un fan fino al bancone per conquistarsi un negroni, “se no non c’arrivamo”. Ci divertiamo tutti, noi sottopalco, loro con le ultime energie, Faro al merchandising che è “una delle persone più belle che possiate incontrare nella vita”. Non evitano niente, nemmeno il bis, ma sono sinceri quando dicono: “Non prendiamoci per il culo siamo tutti stanchi“. E ci salutano lasciandoci col sorriso, e i soldi in mano per comprare il nostro pezzo di felicità: l’album, e un immancabile negroni.

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