La banchina della metro fermata Olympistadion è letteralmente gremita. Ci guardiamo intorno e dalle scalinate continua a scendere gente, come una cascata senza fine di ragazzi e meno ragazzi. È sabato sera, è da poco passata la mezzanotte e siamo anche noi in attesa del treno per raggiungere il centro di Berlino. È appena finita la prima giornata di Lollapalooza Berlin ed è ancora presto, andiamo da qualche parte a confrontarci sulle prime impressioni.

Siamo arrivati al Lollapalooza nel primo pomeriggio, il festival aveva preso il via solo da qualche ora ma eravamo abbastanza di fretta: un evento che dura solo 48 ore deve essere sfruttato al massimo! Il check in è stato più che efficiente, mostrando qui il lato germanico della gestione, permettendoci di accedere alla grande area del festival e iniziare ad orientarci. Passando sotto alle due torri legate dal simbolo olimpionico si accede alla zona dell’enorme stadio, addobbato con pannelli colorati tutto intorno al grande perimetro. Attorno, il parco dello stadio brulica nell’ordine: di famiglie, di ragazzi, di addetti ai lavori poco invasivi, ma molto attenti. Il sole è ancora altro e stabiliamo i punti di interesse: i due main stage, affiancati in fondo ad un enorme prato come le due chiese gemelle di Piazza San Carlo a Torino. Qui si susseguiranno i nomi più importanti della line up, incastrati in maniera (quasi) perfetta. Diciamo quasi, perchè nelle ore successive si dimostrerà agevole, ma non troppo, riuscire a zumpare da un luogo all’altro senza ritrovarsi in fondo alla platea.

L’alternative stage, al di la del grande e monumentale stadio, dove ascoltare un po’ di rock e affini. Il Perry stage, che abbiamo visto solo dall’alto: lo spazio dedicato prevalentemente al meglio di house, deep house e grandi nomi famosi per i nottambuli dei club internazionali; questo spazio, chiuso anche per alcune decine di minuti a causa della sovrappopolazione, è stato probabilmente il leit motiv di molti avventori del Lollapalooza. Dall’alto, una distesa enorme di persone, una copertura completa dello spazio inferiore dello stadio, con un palco capace di regalare scenografie spettacolari e dj set increbili e imperdibili.

Iniziamo l’esplorazione. Sul main stage 1 stanno per salire i giovanissimi brit elettronici Years and Years e ascoltiamo qualche pezzo mentre il pubblico si muove compatto, giusto il tempo di captare tutte e influenze contenute nelle loro creazioni: un po’ di RnB, tanta elettronica e alcune incursioni direttamente dagli anni ’90 quando l’house andava forte. Un palco interessante sul quale si succederanno poi, durante la prima giornata Casper col suo rap industrial tedesco molto apprezzato e i The Weeknd. Impossibile avvicinarsi troppo durante questo live: The Hills e Starboy, come Call out My name sono ampiamente udibili anche dal punto opposto del Lollapalooza. I fan in visibilio, uno spettacolo notevole che ha garantito il pieno successo del producer e musicista canadese, consegnandogli forse il primo premio live sul Main stage 1.

Noi però eravamo ampiamente interessati anche agli altri palchi e non abbiamo perso un attimo fiondandoci appena possibile al palco gemello. Dopo alcuni pezzi di Ben Howard che abbiamo seguito con piacere, è arrivato un live spettacolare. The National hanno dato fondo alle qualità musicali, lasciando forse un po’ indietro le proprietà spettacolari del live. Esecuzioni belle, tecnicamente interessanti forse solo poco energetiche di I Need My Girl o brani più recenti come Exile Vilify; non è mancato nemmeno un accenno alla politica con allegro siparietto tra i componenti della band per presentare l’attuale Fake Empire, dedicata in particolare ai più giovani. Se il live successivo è più movimentato con l’hip hop made in Germania dei K.I.Z. noi puntiamo ad un incursione rock, passando però prima per David Guetta; è lui il re dello stadio con un live capace di congestionare l’intero spazio, che visto dall’altro è stato davvero impressionante. C’è poco da dire: dagli anni 80 il dj francese non molla il colpo e non sbaglia nemmeno un dj set. Scavalcata la marea danzereccia atterriamo al live dei già sentiti, ma sempre più che graditi, The Wombats. Il vombato che campeggia sull’alternative stage ci guarda con occhi multicolor. Chissà che pensa di questa compatta massa di trentenni che canta Kill the director, Move to new york, Jump into the fog e tanti altri pezzi della band indie alternativa della Liverpool più underground.

Magari ci pensiamo mentre torniamo assieme a migliaia di persone, in tempo per prendere qualcosa per rifocillarci nell’ampia zona food, dirigerci verso la metro e prepararci per il day 2.

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