Terzo appuntamento per ArtrockMuseum, il format musicale che ci sta conquistando.

Per questo giovedì, 21 marzo, abbiamo intervistato i vincitori del contest che si sono esibiti sul palco del museo di Palazzo Pepoli.

Due ragazzi e una ragazza che grazie ai loro brani, scrupolosamente originali, hanno avuto la possibilità di far ascoltare le proprie voci alla giuria di qualità.

Giulia Olivari, Osvaldo ed Emanuele Carboni sono i 3 fortunati che hanno anche avuto l’enorme priviliegio di rispondere alle nostre domande. o forse siamo noi che abbiamo avuto il privilegio di parlare con loro.

Conosciamoli meglio.

1) Avete partecipato al contest in tantissimi, come ci si sente ad avere raggiunto la finale e quindi esibirsi finalmente nello spazio di Palazzo Pepoli?

Giulia. Seguo assiduamente questa rassegna da più di un anno e l’ho vista crescere rapidamente e avere sempre maggiore successo. Forse per questo al momento dell’iscrizione ero convinta non avrei nemmeno superato la prima fase, quella della votazione on line. Essere tra i primi 10 è stata una grande sorpresa. Quando sono usciti i tre vincitori ho provato come una sensazione di “ritorno a casa”. Per gli artisti emergenti suonare a Bologna è un’impresa, specialmente in contesti che favoriscano l’ascolto e l’attenzione nei confronti dei loro testi. Questo è uno dei pochissimi luoghi in cui il cantautore è nelle condizioni ideali per raccontarsi e io non vedo l’ora di essere lì sul tappeto persiano a vivermi artrockmuseum da un altro punto di osservazione.

Emanuele. E’ una sensazione stupenda, non mi aspettavo di arrivare fino a qui e ammetto di essere emozionato: colpa della location magnifica!

Osvaldo. E’ davvero una bella sensazione. L’idea di suonare in un museo mi affascina molto e sono contento di essere stato selezionato fra tante altre proposte. Tutto questo grazie anche  a quelle persone che hanno votato il mio video,  permettendomi di arrivare tra i primi dieci, per essere ascoltato dalla giuria del contest. Grazie di cuore a tutti.

2) Come vi siete avvicinati al mondo della musica, qual è stata la miccia che ha acceso la vostra passione per il palco?

Giulia. Io ho sempre cantato e suonato per me o per gli amici, forse la prima vera miccia l’ha accesa il teatro. Nel laboratorio che frequentavo allora si lavorava su “Blues in 16” di Stefano Benni e io musicai la ballata di Lisa, facendone la “mia” prima canzone. Per interpretarla davanti al pubblico lavorai tantissimo sulle intenzioni e le sfumature di ogni singola parola. Un esercizio utilissimo. Al teatro devo moltissimo e spero trovi sempre un posto nella mia crescita artistica.

Emanuele. Difficile individuare un momento in particolare: direi che la musica mi ha tirato a se man mano che crescevo, in maniera graduale, non mi è mai successo di rimanere folgorato da una esibizione o da un’artista; direi quasi che ho imparato ad amare questo mondo a piccoli passi.

Osvaldo. Ho iniziato a suonare la chitarra a dieci anni e le prime esibizioni live sono state durante le medie, con l’orchestra della scuola. Non avevo ancora visto grandi concerti, ma ricordo il mio primo live dei Negrita, a tredici anni, quando riuscivo a malapena a vedere il palco, perché non ero cosi alto come adesso, però ricordo che riuscivano a trasmettermi un’energia pazzesca. Tra la folla che cantava le loro canzoni e un suono travolgente, tutto mi sembrava surreale e sognavo di essere li sopra a quel palco a suonare, come loro.

3) Se in una parola doveste raccontare la vostra identità musicale quale scegliereste?

Giulia. Vulnerabile?

Emanuele. Domanda intrigante! Non so ben definire la mia identità musicale ma in questo momento userei la parola vibrante per descriverla: sono ancora nella fase della ricerca ma mi sento molto affine ad artisti come James Taylor e Cat Stevens.

Osvaldo. Passione.

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