di Rebecca Ricci @re_bitch - Foto di Stefano Poggi @himynameisnotsteve
A sette anni dal loro ultimo live, viene annunciato il ritorno dei Temples al Locomotiv Club e noi ci segniamo subito la data in calendario, perché quando in città passa un concerto brit la redazione è sempre in lista e poi perché abbiamo la sensazione che questa sia una band da vedere prima che sia troppo tardi.
Dei Temples conoscevamo soprattutto “BLISS”, il nuovo disco uscito a giugno, che nelle ultime settimane abbiamo ascoltato parecchio. Eravamo molto curiosi di vedere come avrebbero portato dal vivo la loro svolta più elettronica e, soprattutto, come l’avrebbe presa il loro pubblico storico.
JEWLS e una maglietta che dice tutto
In apertura, a scaldare il pubblico, ha suonato JEWLS, il progetto della cantautrice tedesca Julia Woll, di base a Colonia, salita sul palco con una maglietta con scritto “Fuck dudes. Send me your playlist”, che da sola ha raccolto la nostra piena adesione ancora prima della prima nota, per una comunione di intenti che ci ha fatto sentire perfettamente allineati con lei.
Dalla psichedelia sixties alla dance di “BLISS”
Dopo dischi di psichedelia dalle sonorità sixties, i Temples tornano con “BLISS” e strizzano l’occhio alla dance di fine anni Novanta e primi Duemila, con Faithless, Underworld, Massive Attack e Portishead fra le influenze dichiarate dal gruppo (solo noi ci sentiamo anche dei richiami ai Daft Punk?). Era, dunque, un concerto in cui il passato e il presente della band sarebbero stati messi uno accanto all’altro ed era quello che ci interessava osservare.
Il concerto in breve
Dei brani in scaletta, sette arrivavano da “BLISS”, quattro da “Sun Structures”, due da “Exotico” e uno ciascuno da “Hot Motion” e “Volcano”, un equilibrio che metteva il disco nuovo in testa ma lasciava comunque ampio spazio al repertorio degli esordi. A chiudere il set principale sono stati “Jet Stream Heart” e “Shelter Song”, prima del bis, e a nostro avviso sono stati anche i due pezzi con la resa migliore.
A confermare il seguito storico è stato il cantante, che con il suo marcato accento british ha chiesto chi fosse lì anche nel 2019: le mani alzate erano abbastanza da far sembrare la serata una rimpatriata, più che un primo appuntamento. La cosa non ci ha sorpresi più di tanto, dobbiamo ammetterlo, dato che avevamo letto recensioni entusiaste di quel concerto e ci immaginavamo di trovare una platea affezionata.
Fra l’altro, quelle mani si sono viste anche nella differenza di temperatura fra i pezzi vecchi e quelli nuovi, che non riguardava tanto l’esecuzione del gruppo o la sua intensità, quanto il modo in cui la sala rispondeva: i brani d’annata hanno coinvolto tutti, mentre quelli recenti sono stati accolti con apprezzamento ma con meno slancio.
Noi, arrivati da “BLISS”, ci aspettavamo forse un equilibrio diverso, con più peso al disco nuovo anche tra il pubblico. C’è da dire che da quella differenza è arrivata la risposta alla domanda con cui eravamo entrati: si apprezza la svolta elettronica, ma si resta legati al sound di partenza.
Un Locomotiv pieno e un pubblico da tutta Europa
Il Locomotiv era pieno e il pubblico molto eterogeneo, con un chiacchiericcio in cui si riconoscevano diversi accenti e, a giudicare dalle pronunce, un numero di francesi tutt’altro che trascurabile. Una platea del genere ci è sembrata il segno di una band con un seguito che non si ferma ai confini della città e ci ha fatto capire fin dall’ingresso che molti dei presenti non erano lì solo per curiosità.
Il bilancio da arrivati in ritardo
Usciamo dal Locomotiv con l’impressione di aver visto i Temples al Locomotiv Club con colpevole ritardo, perché forse saremmo dovuti essere presenti già nel 2019, quando metà di quella sala c’era e noi no. Ora ci sembra che il modo giusto per capire fino in fondo questa band sia recuperare tutto quello che è venuto prima dell’ultimo disco. Beh, lo faremo.





