Ad aprile 2026 Rancore esce con l’ultimo album, “Tarek da Colorare”. una cosa nuova, strana, esteticamente spiazzante. Poi ci entri dentro e Rancore è sempre lui, con quella capacità di raccontare qualsiasi, ma letteralmente qualsiasi cosa. E di farlo in maniera così poetica che ti chiedi “ma come mai lui ci riesce e gli altri no?“. E’ la sua magia, fare poesia ma su basi velocissime.
“Tarek da colorare” è l’ultimo o forse il primo, quello in cui, come dice lui, decide di lavorare per tornare in se stesso. Da qui il titolo che porta il nome di battesimo del rapper gentile.
Il 6 luglio in una Bologna rovente Rancore porta i suoi ultimi brani per mettersi a nudo, ma anche tantissimi pezzi dai precedenti sei dischi.
Non che non lo abbia mai fatto: una delle cose che mi ha sempre colpito di Rancore è la capacità di arrivare diretto, ma mai sgarbato, sempre gentile e culturale (tranne nelle canzoni di bestemmie, ma forse è solo cultura pop). Una dote rara e spesso sottovalutata.
Sul palco con batteria, tastiere e basso regala un energia degna di un fungo atomico: con lui Maiden, Iago e Giorgio Gallo che nei fumi colorati reggono appieno i ritmi serratissimi.
Tra un pezzo e l’altro dialoga con il pubblico accompagnandolo per mano nello slalom tra i dischi che raccontano di lui, di politica, di Roma, di ingiustizie. E lo fa facendo “la pagliacciata” con fiori giganti, palloncini, cartonati. Divertendosi e divertendoci, come un bambino.
E racconta di quando in passato si era colorato (adesso dice che è “eiaculato dagli unicorni”): quando Tarek era solo Tarek, prima di essere tutto nero, tutto Rancore.
Non manca la dedica a Bologna, con la fanfola ad hoc. Manco a dirlo, sul cibo locale e grassoccio, in una maniera che fa spanciare: una ricetta del ragù mai sentita.
Quasi alla coda del concerto salta il respiro: Tarek si mette a nudo, spiega perché ha voluto fare un album da colorare. Per contaminarsi, per fronteggiare l’individualismo, per tornare bambino. E noi con lui. E qui di nuovo capiamo perchè ci piace: possiamo saltare, sgolaci, calcarci sottopalco, guardare i palloncini, ma c’è sempre una coscienza che arriva, nella forma giusta, più intensa, e attraverso la musica.


