foto e recensione a cura di Donatella Andria @donatellaandria.ph
L’attesa e l’ingresso in scena
La serata del Sonica Festival si apre con l’esibizione di Grove, producer e vocalist di Bristol, che propone un set intenso, sospeso tra rap, elettronica e sonorità industriali. Un’apertura perfetta per introdurre una delle band più attese della rassegna.
Mentre Piazza Matteotti si riempie, dagli impianti arriva una selezione musicale tutt’altro che scontata. Dall’hyperpop rivoluzionario di Sophie all’elettronica sperimentale di Pan Daijing, fino al pop sofisticato di Caroline Polachek. Una playlist che racconta già qualcosa del gusto musicale di Skin e prepara il terreno a uno dei concerti più attesi dell’estate.
Quando gli Skunk Anansie entrano in scena, bastano pochi secondi per capire che il tempo sembra avere un effetto opposto su questa band. Invece di smussarne gli spigoli, ne ha affinato la potenza.
Skin, una regina del rock
La formazione britannica mette in piedi uno show serrato, senza cali di tensione, alternando i brani del recente The Painful Truth a classici che continuano a conservare tutta la loro forza espressiva. Da This Means War a Charlie Big Potato, passando per Because of You, Weak, Hedonism (Just Because You Feel Good) e Little Baby Swastikkka, ogni pezzo trova la propria dimensione ideale dal vivo, confermando quanto il palco resti l’habitat naturale della band.
Il fulcro dello spettacolo è inevitabilmente Skin. Più che una frontwoman, è una forza della natura. Una vera queen del rock, capace di passare dalla furia al raccoglimento con assoluta naturalezza. Corre, balla, provoca, scherza con il pubblico e domina la scena senza mai perdere il controllo. La sua voce conserva una potenza impressionante, ma è soprattutto la sua capacità interpretativa a lasciare il segno. Ogni canzone viene vissuta prima ancora che cantata.
Un dialogo continuo con il pubblico
Uno dei momenti simbolo della serata arriva durante I Can Dream. Skin scende dal palco e attraversa la folla continuando a cantare, circondata da un pubblico che la accompagna parola per parola.Uno dei momenti più significativi arriva durante I Can Dream. Skin scende dal palco e attraversa la folla continuando a cantare. Il pubblico la circonda e accompagna ogni parola. Non è un semplice espediente scenico. È il modo più autentico per abbattere ogni distanza tra artista e spettatori.
Alle sue spalle, Ace costruisce il suono della band con riff taglienti e aperture melodiche. Richard “Cass” Lewis e Mark Richardson formano una sezione ritmica solida e dinamica. L’intesa tra i quattro è evidente e nasce da oltre trent’anni di concerti condivisi.
Un finale tra intimità ed esplosione
A sorprendere è anche il finale: gli Skunk Anansie spogliano You’ll Follow Me Down di ogni sovrastruttura, trasformandola in una versione acustica, inedita e profondamente intima. Skin interpreta il brano con grande delicatezza, accompagnata dal tamburello di Richard “Cass” Lewis. È un momento essenziale, privo di artifici, che mette in luce tutta la sensibilità della band.
Poi il concerto ritrova la sua energia travolgente. Gli Skunk Anansie chiudono il live confermando ciò che poche band della loro generazione possono ancora vantare: la capacità di trasformare un concerto in un’esperienza fisica ed emotiva.
In Piazza Matteotti va in scena uno spettacolo potente, contemporaneo e autentico. Gli Skunk Anansie non vivono di nostalgia. Continuano a scrivere il presente del rock, guidati da una frontwoman che, ancora una volta, dimostra di essere una vera regina del palco.




























