RoBot16, energia collettiva in un viaggio sonoro senza confini
C’è un momento, in ogni grande serata, in cui tutto si allinea: il suono, la folla, le luci, l’energia collettiva. Venerdì 10 ottobre, al DumBO di Bologna, quel momento è arrivato quando gli Acid Arab hanno sollevato la bandiera palestinese sul palco principale. Un gesto semplice, ma denso di significato, accolto da un boato unico, più forte di ogni drop, più sincero di ogni coro.
Il roBOt Festival ha trasformato ancora una volta Bologna in un punto d’incontro globale. Due palchi: uno secondario, più intimo, pulsante di set sperimentali; e quello principale, dentro la grande struttura industriale del DumBO, dove la lineup principale – Acid Arab, Alessandro Cortini, DJ Haram, Sama’ Abdulhadi – ha costruito un viaggio sonoro senza confini.
Migliaia di persone, strette sotto le luci stroboscopiche, hanno danzato per ore. L’aria densa, il calore umano, la musica che diventava corpo unico. A chi era in prima fila, compressa contro le transenne, è stata distribuita acqua: un gesto piccolo ma vitale, segno di cura in mezzo a una folla che non voleva smettere di vibrare.
Tra i presenti, anche l’assessora alla notte di Bologna, Emily Clancy, testimone di una città che sceglie di vivere la notte come spazio culturale, politico e condiviso.
Quando le ultime note si sono dissolte nel rumore dei passi e nei sorrisi impastati di sudore, restava una sensazione chiara: questa non era solo una serata di musica elettronica. Era un atto collettivo di connessione, di resistenza e di libertà.
Una notte in cui Bologna, ancora una volta, ha dimostrato di sapere sognare ad alta voce.







