A cura di Fabio Viggiano @viggiagram
Per essere un giovedì in cui si inizia a intravedere l’agognato weekend, direi che la giornata si prospetta interessante: il tempo di uscire dal lavoro e corro da Disco d’Oro per il listening party dei Fontaines D.C., che presentano il nuovo album Dopamine Chamber, in uscita venerdì 16 ottobre. Devo dire, mai vista così tanta gente per l’anteprima di un disco, con due file che si snodano lungo tutta via Galliera. Alla fine ci ho rinunciato, ma la piccola delusione viene ricompensata dall’impegno serale.
Sebbene la 17ª edizione del Robot Festival sia iniziata nelle scorse settimane con alcuni eventi spot, è questo il weekend in cui il cartellone principale si esibisce nelle diverse location, quest’anno con una novità: l’ex Ospedale degli Innocenti in via d’Azeglio.
Ero curioso anche del luogo, quindi, prima di raccontarvi la serata, breve aneddotica sul palazzo che ci ospita.
L’ex Ospedale degli Innocenti, noto anche come Ospedale dei Bastardini, è un complesso duecentesco in via d’Azeglio 41. Nato per accogliere gli orfani e sostenere le giovani madri, ospitava la ruota degli esposti, attiva fino al 1860. Nel Novecento ha accolto il teatro La Soffitta e alcuni uffici del DAMS. In disuso dagli anni Novanta, è al centro di un progetto di riqualificazione annunciato nel 2025 per trasformarlo in un centro multiculturale.
Tornando a noi: eravamo stati in questi spazi una settimana fa per il release party dei C’Mon Tigre. Corsi e ricorsi storici, insomma: in un loop tra presentazioni di dischi e concerti, la musica ci riporta qui. Se la band bolognese aveva sfruttato solo la Sala degli Innocenti, il festival si allarga anche alla Sala Tagliapietre e permette di esplorare meglio gli spazi di questo orfanotrofio storico che, in un certo modo, sta riprendendo forma.
È stata una giornata trafficata e arriviamo giusto in tempo per il live di Lawrence English nella Sala Tagliapietre, uno dei due spazi dedicati ai concerti. Purtroppo è particolarmente piena e non me la sento di entrare: dalla porta vediamo luci laser e nebbia. Il compositore australiano suona un ambient-drone elegante, costruito su field recording che indagano memoria, interazioni umane e spazio. Forse non proprio il mio genere preferito, ma la fascinazione di quei laser mi resta impressa.
Nella Sala degli Innocenti, dove una settimana fa i C’Mon Tigre presentavano il loro disco, è stato svuotato tutto: resta la moquette, arriva un mixer in fondo alla sala, luci rosse ne segnano il perimetro e davanti al pubblico si presentano i Baronato Quattro Bellezze, collettivo che spesso presenzia al Robot e che puntualmente riesce a sorprendere con qualcosa che è sì musica, ma anche performance.
Questa volta sono in quattro, con lunghi abiti neri e cappelli alti, avvolti in una nebbia non troppo fitta che li lascia intravedere: ricordano vagamente gli untori della peste. Si esibiscono senza palco, sullo stesso piano del pubblico, suonando gli strumenti più disparati (drum machine, xilofono, rullante, chitarra, tastiere, synth, maracas), tra campionamenti di voci prese dai film e il cantato di questi tizi misteriosi senza volto.
Il tempo è scandito in modo teso: che sia una campana tibetana portata in giro per la sala da uno dei mascherati o la drum machine, il tocco è deciso, quasi rimbomba. Attorno a quel ritmo si costruisce una melodia incalzante, con altri strumenti che si sommano in crescendo per poi aprirsi, senza mai perdere quel TUM TUM TUM. Ora che ci penso, è come un battito, un cuore pulsante che ti prende dentro.
Che presa bene. La giornata era densa di appuntamenti ma, nonostante un po’ di stanchezza, la “situa” fa stare bene: è una cosa che mi sono appuntato ieri sera e che riporto qui.
Torniamo nell’altra sala, dove si esibisce Feeo, progetto solista della londinese Theodora Laird, che fonde art-pop minimale, drone ed elettronica d’avanguardia attraverso texture vocali ipnotiche e percussioni elettroacustiche risonanti. La sua voce, vibrante e viscerale, evoca atmosfere crepuscolari e cariche di tensione emotiva: un’esibizione intensa.
A chiudere il cerchio ci pensa Filibalou (collettivo Mint Sound), selector e producer bolognese che traghetta l’atmosfera verso territori dichiaratamente “trancedelici”: un set magnetico a base di vinile, krautrock e derive lisergiche, perfetto per sigillare l’esperienza in un flusso continuo e immersivo.

