La notte che respira L’11 maggio Jacob Allen porta a Bologna il suo universo notturno, ipnotico e fragile
A cura di Fabio Viggiano @viggiagram
Il capitalismo fa brutti scherzi: l’apertura sfuma tra gli impegni della vita frenetica, e arrivo al Locomotiv Club con la sala già bella piena. Trovo il mio solito angolo vicino alla porta d’emergenza, un po’ defilato — posto di chi conosce bene il locale e sa che da lì si vede tutto senza essere schiacciati. Due ragazze davanti decidono di attaccare bottone proprio mentre le luci si abbassano: dovrebbe essere reato, o almeno una multa salata, superare i 2 dB durante un concerto. Ma è Bologna, e al Locomotiv si perdona quasi tutto.
L’intro e i primi minuti di Puma Blue sorprendono: l’atmosfera che emerge è quella dell’alternative rock e del britpop dei primi anni Novanta, un ingresso che disorienterebbe chi si aspetta subito l’intimità notturna per cui Jacob Allen è noto. È invece una scelta precisa, quasi drammaturgica — costruire il contesto prima di svelare il cuore. La band, un gruppo di amici intimi più che una formazione da tour, lavora con misura: ogni strumento trova il suo posto senza sovrastare gli altri, lasciando che la musica respiri.
Il momento più toccante arriva quando Allen prende la parola per presentare un brano. Spiega a voce bassa, con quell’imbarazzo giusto di chi ci crede davvero, che “It’s Too Much, It’s Too Much” è dedicato a chi soffre. Dice che ci sono persone molto più brave di lui nel cercare di aiutare chi sta male — lui offre soltanto una canzone. Sotto le parole, un sottofondo di pioggia registrata. La sala, piena di volti provenienti da tante nazioni diverse, ascolta in silenzio assoluto. È uno di quei momenti rari in cui un concerto smette di essere intrattenimento e diventa qualcosa di più difficile da nominare.
La voce di Allen è l’elemento che non smette di stupire: calma, controllata, capace però di aprirsi in acuti improvvisi ben oltre quello che ci si aspetterebbe. Non è la voce di chi urla per emozionare, ma di chi porta ogni nota al limite esatto della rottura senza mai rompersi davvero. Il paragone con Jeff Buckley che circola da anni non è peregrino — c’è la stessa sensazione di pericolo trattenuto.
La serata scorre in quel territorio sospeso dove il Croak Dream Tour rivela la sua dimensione più vera: intima, notturna, necessaria. Trenta città, quindici nazioni, un mese di tour europeo — sul palco non si vede la stanchezza. Si vede solo la musica, e basta.
