Immagine dallo spettacolo - la classe operai va in paradiso

Occupiamo il paradiso: la classe operaia all’Arena del Sole

di Angela Curina

In uno degli intramezzi musicali del cantastorie Simone Tangolo – su musiche e arrangiamenti originali di Filippo Zattini – il menestrello racconta di un tarlo, servo del suo ripetitivo lavoro, oltre che di un padrone, che sogna di divenire anch’egli padrone, invece che di esser libero e felice. Quanti tarli qui davanti a me, canta, quante macchine. Ma ora la storia è finita, è finita la miseria, siamo tutti soli e liberi in questa galera”.

Appena dietro al proscenio, viene spesso calata una struttura a sbarre: la cella delle vite dei lavoratori, quelli di fabbrica del film “La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri e quelli di oggi, declinati nell’omonimo spettacolo di Claudio Longhi in termini metalinguistici, tramite vari dialetti italiani, ma anche nelle loro forme di impiegato al call center, facchino di Amazon, cassiere alla Coop: gli anni passano e si affinano i metodi di sfruttamento. Nel febbraio non più rosso di un’Italia martoriata da rigurgiti fascisti, sul palco dell’Arena del Sole, Longhi per ERT sceglie di riappropriarsi della sceneggiatura di Petri e Ugo Pirro per riflettere sulla distanza che intercorre tra l’affresco grottesco dell’opera archetipica e quella di oggi, tra quelle e queste condizioni di vita e lavoro.

Un nastro, dietro gli attori, scorre, con materiali di produzione e uomini: la similitudine uomo- macchina diventa allora sempre più limpida, i contorni sempre più visibili, e il rapporto tra passato e presente si fa sempre più vivido: un passato rievocato dagli attori di scena, tra i quali studenti e sindacati combattono una lotta insolvibile; un presente espresso dalla molteplicità dei punti di vista – esplicitata anche dalle plurime entrate in scena degli attori, che si palesano sovente in mezzo al pubblico – segno di un post-modernismo privo di ideologie che deve per forza far leva sulla ripresa del vecchio, reinterpretandolo e rivalutandolo. Come a dire che l’operaio è la condizione e la radice umana del nostro paese, poiché tutti abbiamo a che fare con la produzione.

Il film di Petri non viene ripreso in maniera pedissequa, ma viene mostrato nella parte precedente, della genesi nella decisione degli attori, della scenografia, della sceneggiatura, e poi nella critica che ne sorge, nelle reazioni del pubblico. Dalla recensione alla ripresa, in un continuo scambio di passato – presente, stratagemma che diviene gemma fiorente nei pensieri del singolo spettatore: espediente artistico-letterario che consente di operare a una presa di visione di sbieco, per raccontare le cose non per come si presentano, dunque per come vogliono farsi vedere, ma per quello che vogliono nascondere essere, dunque per quel che sono davvero.

foto di Giuseppe di Stefano

Viene detto, del film, che fu un cinema politico, antropomorfico, una testimonianza che ha proposto soluzioni già per il fatto di aver divertito facendo meditare, poiché una politica e un cinema radicale devono occuparsi radicalmente delle cose.

Metateatro dove talvolta la sceneggiatura del film, nella sua divisione in scene o nel suo regolare azioni sceniche, viene posta in alto, a mo’ di sovra-titolo: qualcosa di straniante, per inserire ancor più, con piccoli accorgimenti tutti teatrali, nell’atmosfera di alienazione vissuta dai lavoratori.

Una fabbrica di merda, la chiama Lulù, interpretato da un meraviglioso Lino Guanciale: il corpo è una fabbrica di merda, e sai quanto guadagneremmo se riuscissimo a venderla. Magari, anche col cottimo. Più si mangia, più si producono escrementi, e se si è in sovra-produzione si riceve il cottimo: per questo allora bisogna mangiare di più, dunque comprare più cibo, consumarne di più. Ecco che si entra in quel circolo lavoratore – consumatore di cui l’operaio era carnefice e vittima, e di cui oggi siamo tutti vittime, per di più incoscienti. Lino Guanciale recita tutto il tempo la parte di Lulù con una voce non sua, a tratti macchinosa, robotica, e questo ne rende l’interpretazione tanto efficace quanto delicata, quando, all’apice del cilmax della pièce, d’un tratto pronuncia un “io non sono come voi”, con la sua voce, più dolce, più vera.

Nel film come nell’opera viene sviluppata una riflessione che, già più di quarant’anni fa, sembrava essere profetica e anticipare le idee di una delle personalità politiche più sovversive di oggi: quella di Pepe Mujica. Ex presidente dell’Uruguay, Pepe mette in relazione il consumo non con il costo dei singoli prodotti, quanto più col tempo da noi impiegato al fine di poter affrontare quel costo. Nel suo “museo dove colleziona piccole cose di cattivo gusto”, Lulù accumula oggetti, utili o meno, che passa in rassegna facendo riferimento alle ore necessarie al loro acquisto, in una litania del quotidiano molto attuale.

“Si lavora tutti insieme, stretti, si mangia alla mensa, si viaggia sulle corriere, ma è difficile avere compagnia, aiuti dagli altri, e della fatica nessuno parla mai, del lavoro si parla col capo. Come nei sanatori dove della malattia non si parla mai se non alla morte.” Ricorda un po’ la canzone partigiana “E io ero Sandokan”, con un significato però opposto: “Eravam tutti pronti a morire / ma della morte noi mai parlavam / parlavamo del futuro / se il destino ci allontana / il ricordo di quei giorni / sempre uniti ci terrà”.

Tra la collezione delle “piccole cose di cattivo gusto”, Lulù ha una bambola, di quelle che si trovano alle fiere legate a un cordino e riempite d’elio, che svolazzano per i bambini. Lei gonfia d’aria tramite una valvola, unica valvola di sfogo di Lulù, pareti in plastica e arti di un’immobilità finta, disumana, come non avere un dito, come l’uomo fosse un palloncino di gonfiare d’aria, per poi piazzarlo dove si vuole, legato a uno spago o a un salario, a una sovra-produzione, a dei gesti, quotidiani, automatici, macchinosi. Lulù la squarcia, la bambola si sgonfia.

Su questa terra è stato creato il Paradiso più bello che ci sia, non è quello del proletariato, è quello della borghesia”, canta il menestrello. “Spacchiamo tutto, occupiamo il paradiso”, gridano gli operai.

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