Marco Castello all’Estragon Club di Bologna: la data 0 di Quaglia sovversiva tra groove e prove generali

 

A cura di Fabio Viggiano | @viggiagram
Foto di Storie Blue | @storieblu

Esiste un tipo di concerto che vale doppio: quello in cui l’artista non è ancora entrato nel meccanismo del tour rodato, quello in cui le imperfezioni non sono state ancora corrette e la strada non è stata ancora raddrizzata. All’Estragon Club di Bologna, il 20 maggio 2026, Marco Castello ci ha regalato proprio questo: una prova generale dichiarata, la data zero del tour estivo di Quaglia sovversiva, terzo album in studio pubblicato lo scorso dicembre.

L’apertura: Nico Arezzo in solo

Ad aprire la serata c’era Nico Arezzo, in formazione solista. Un set raccolto, adatto alla sala che si stava riempiendo, perfetto per mettere il pubblico nella giusta disposizione d’ascolto prima che il palco cambiasse faccia. Classe ’98, modicano adottato da Bologna, Nico Arezzo cresce sul palco come raccoglitore di cavi, tecnico luci, fonico, batterista e infine cantautore. Con il suo progetto solista si presenta dal vivo con una scrittura intimista e un groove soul-funky.

Il contesto: isola immaginaria, manifesto reale

Dopo un intro strumentale della big band che accompagna Marco Castello, il cantautore ha raccontato al pubblico la genesi concettuale di Quaglia sovversiva: un film immaginato nella testa, ambientato su un’isola colonizzata e poi liberata. Un pretesto narrativo che si porta dentro tutto — la Sicilia, il Sud, la politica, l’amore che nasce tra le barricate. Non un concept album nel senso più accademico del termine, ma una cornice coerente che tiene insieme testi taglienti e groove corposo.

Il cantautore siracusano, già noto anche per le collaborazioni con Fulminacci, Nu Genea e Calibro 35, continua così a costruire un universo sonoro che sa di aria di mare, bassi pesanti e intenzione politica, senza mai diventare didascalico.

Il live: prove generali dichiarate, energia ancora aperta

“Pompa”, brano d’apertura del nuovo disco, dà subito il tono alla serata: suono pieno, band affiatata, Castello che gestisce il palco con quella disinvoltura da cantautore capace di prendersi il tempo per spiegare ciò che sta per cantare.

Scorrono i brani nuovi, tra cui spicca quello che racconta di un ragazzino innamorato della capitana di una forza ribelle, che partecipa alle manifestazioni sperando di farsi picchiare abbastanza da finire nell’ospedale in cui lavora l’infermiera che gli ha conquistato il cuore. Il confine tra romanticismo e assurdità è sottilissimo, e Castello lo attraversa con ironia e naturalezza.

I testi non risparmiano nessuno: America, F-35, Sigonella, Meloni, Israele, Trump, Musk, Vannacci — tutti passano, citati o evocati, senza che il palco si trasformi mai in un comizio. A tenere insieme tutto è la musica, che impedisce alla critica di scivolare nella predica.

Quando arrivano i brani più conosciuti — tra cui “Porci” e “Cicciona” — il pubblico risponde subito. In sala si mescolano ventenni fuori sede e adulti con facce da habitué dei concerti: un pubblico eterogeneo ma perfettamente dentro il linguaggio di Castello.

Poi arriva una cover brasiliana — quel ritornello “o mamma o mamma o mamma” che trasporta il Mediterraneo dall’altra parte dell’Atlantico — e funziona benissimo. Subito dopo, una rilettura funky di Gilberto Gil conferma quanto ampia sia la tavolozza musicale del progetto.

“Contenta tu” e “Beddu” chiudono il corpo principale del set prima dell’encore. Ma il momento che forse definisce meglio la serata è un brano che qualcuno ha già ribattezzato “Kamikaze”: sembra segnare una nuova curva nell’estetica di Castello, più artigianale, più spigolosa, meno levigata di quanto il mercato richiederebbe.

La chiusura arriva con l’isola che vola via e poi con l’encore finale: “Melo”, che lascia addosso la sensazione giusta — quella di aver assistito a qualcosa che non aveva ancora finito di diventare.

Conclusione

La data zero ha assolto perfettamente il suo compito: collaudare una macchina che sembra avere margini enormi. La scaletta potrebbe tranquillamente durare tre ore, il materiale c’è e la band lo sostiene senza cedimenti. Quello che resta da sistemare — qualche raccordo, qualche equilibrio sonoro — probabilmente si aggiusterà strada facendo.

Ma l’essenziale era già lì, al centro del palco: un cantautore che sa bene di cosa parla e riesce a farlo con il groove giusto.

Amunì!

Scaletta

  • Intro strumentale
  • Pompa
  • Vessenali
  • Nascondigli
  • Editto Dal Sottoscoglio
  • Porci
  • Cicciona
  • Giorgione
  • Empireo Risolti
  • Dracme
  • Chiuviti nun chiuviti
  • Gilberto Gil (cover)
  • Contenta tu
  • Beddu
  • Polifemo
  • Copricolori

Varie ed eventuali perse, cit. Fabio.

  • Melo