LIBERATO al Maradona: l’esperienza mistica della Napoli vera

LIBERATO al Maradona
di Rebecca Ricci - @re_bitch

È il 5 Giugno ed entriamo allo stadio dopo aver superato uno striscione che recita “NAPOLI RENDE OMAGGIO A SUO FIGLIO LIBERATO”. Le aspettative sono altissime e, post concerto, posso sicuramente confermare che non sono state deluse.

Intanto, chi è LIBERATO? Nessuno lo sa veramente. LIBERATO è un fantasma che parla napoletano: progetto anonimo, maschera sul volto e un immaginario che mescola nostalgia, cinema e racconti di vita vissuta nelle periferie partenopee.

Andarlo a vedere a Napoli non è solo assistere a un concerto, ma è molto di più. È immergersi in un sogno dove la città diventa scenografia e la lingua – il dialetto – ritrova il suo posto centrale.

Al Diego Armando Maradona, il 5 Giugno, questo senso di appartenenza si è sentito per almeno due ore con 45.000 persone che hanno riempito lo stadio.

Il live è stato uno spettacolo visivo oltre che sonoro. I ledwall a tutta altezza, incredibili, hanno mostrato visual futuristici cambiare a ogni pezzo: paesaggi galattici, arte classica rivisitata, cartoon del Golfo con il Vesuvio. Le proiezioni, che poi ho scoperto esser state curate da Ed Warren e Weirdcore (hanno lavorato con Aphex Twin, Radiohead, Tame Impala), hanno creato momenti di pura magia.

LIBERATO sul palco non era, ovviamente, solo. Con lui c’erano:

  • la band con batteria e chitarre elettriche
  • tre coriste (Fabiana Martone dei Nu Genea, Sara Gioielli e Lydia Palumbo) vestite come in Dune, clamorose
  • un corpo di ballo mascherato che ha aggiunto la sua buona dose di ritmo e teatralità

La scaletta è stata serratissima con tutti i suoi pezzoni più iconici così come passaggi con una tammurriata rivista in chiave urban. Non sono poi mancati dei momenti in cui il concerto si è praticamente traformato in festino hard techno – in tutta onestà, quella cassa dritta è stata forse la mia parte preferita dei momenti elettronici.

Per riassumere, esperienza da 10 e lode: essere non solo in uno stadio sold out, ma in quello stadio, circondata da migliaia di persone che cantavano (con una pronuncia di certo migliore della mia) in napoletano è stato qualcosa che faticherò a dimenticarmi.

E poi, che fai? I fuochi d’artificio in chiusura durante O’ Core Nun Tene Padrone non ce li metti? Vostro onore, io non ho altro da aggiungere.

Per me, vederlo nella sua Napoli – la città di cui ha saputo raccontare e, per certi versi, riscrivere la narrazione negli ultimi anni – è stato un appuntamento con l’identità stessa di questo luogo e di chi lo abita. Consiglio a chiunque di vivere quello che è più un’esperienza mistica che un semplice concerto: io, perlomeno, con la testa sono ancora lì.