La Prima Estate 2026 Day3: Una domenica 100% British

La Prima Estate 2026 Richard Ashcroft
di Rebecca Ricci - @re_bitch

Quando a inizio anno è stata condivisa la lineup del festival La Prima Estate 2026 a Lido di Camaiore, ho pensato “cascasse il mondo, quest’anno non me lo perdo”. Sarebbe stata, finalmente, l’occasione di partecipare dal vivo a uno dei festival più meritatamente chiacchierati degli ultimi anni, definito da Rolling Stone quello con il programma migliore in Italia.

La serata imperdibile per una come me, con una passione incommensurabile per la musica Made in UK, era il 21 Giugno con The Wombats, The Libertines e Richard Ashcroft (per la sua unica data italiana).

E quindi tutti in Versilia a dare il cambio ai colleghi della Redazione che hanno assistito ai concerti della prima e della seconda serata di un weekend di fuoco.

The Wombats: highlight della serata, irresistibili

Puntuale come un orologio svizzero, alle 19.50 sale sul palco il trio di Liverpool, autore di successi alt-rock come “Let’s Dance With Joy Division” e “Greek Tragedy”: accaldati, sorridenti e super carichi come piace a noi.

Hanno proposto un set divertente e si sono riconfermati una delle mie band preferite, soprattutto live. Non sono stata ferma un attimo, saltellando e cantando a squarciagola perché sono esattamente la musica indie rock inglese presa bene che mi piace.

Fra l’altro, avevo visto i Wombats all’Estragon di Bologna anni fa e temevo di trovarli invecchiati. Non è assolutamente stato così: restano una scarica di energia pronta a prendersi poco sul serio, come hanno del resto dimostrato chiudendo il live con un’invasione di palco da parte di tizi vestiti da wombati.

The Libertines: non al top, ma a Pete perdoniamo tutto

È stata poi la volta dei The Libertines, la band di Pete Doherty e Carl Barât che si sono di recente riformati dopo varie traversie (la vita di Doherty è un romanzo e la bromance con Carl ne rappresenta un capitolo molto importante). Sono entrati sulle note di “Vincerò” intonata da Pavarotti, proponendo poi il loro repertorio dalle scatenate “The Delaney” e “Boys in the band”, fino a “Night of the Hunter” – il cui riff è ispirato a “Il lago dei cigni” – con Doherty e Barât che si sono divisi i ritornelli con il loro fare sgangherato, accompagnati da chitarre che spesso hanno prese strade autonome ma che hanno contribuito a mantenere il fascino decadente del gruppo.

Miglior momento del live? Doherty che con la chitarra acustica intona la prima strofa di “The drugs don’t work” che poi è diventata “Music When the Lights Go Out” (con cui condivide lo stesso giro armonico).

Onestamente, li ho trovati un po’ sottotono, forse anche per colpa della scaletta. L’ultima volta che li ho visti live era per il tour di anniversario di Up the Bracket, che ho raccontato qui, e li avevo trovati più a fuoco. C’è anche da dire che a Pete Doherty sarei pronta a perdonare di tutto. La voce è ancora quella che ha fatto impazzire l’Europa nei primi anni 2000, ma domenica non è stato il loro concerto migliore.

Richard Ashcroft: scaletta serrata, live impeccabile

Veniamo al dunque e all’headliner della serata: Richard Ashcroft. Quando si dice “inno generazionale”, al pari di Wonderwall, si può tranquillamente pensare anche a “Bitter Sweet Symphony”. L’ex frontman dei Verve è arrivato con occhiale da sole d’ordinanza e ci ha spiazzati con una scaletta di 9 brani (o meglio, 9 grandi successi tra cui “Sonnet” e “Lucky Man”) , attingendo a piene mani dall’intramontabile repertorio dei Verve.

Assurdo come la voce di Ashcroft sia rimasta potente e conservi la stessa intensità che ha caratterizzato i suoi anni di massimo splendore. Quando penso a lui me lo immagino sempre e solo come un tipo che cammina tirando spallate alla gente, come nel celeberrimo video di Bitter Sweet Symphony, ma sono rimasta sbalordita dal suo gran carisma e dalla sua precisione vocale.

In conclusione, su Ashcroft non avevo alcuna aspettativa. Ma già parlandone con altri nel pubblico ho capito che avrei assistito a un concertone e così è stato. Uno dei momenti clou: una versione estesa (15 minuti) di “Music Is Power”, con un finale in stile jam session che ha messo in evidenza l’alchimia tra lui e la band.

In conclusione: serata bellissima, festival ben organizzato con grandissimi nomi internazionali, location praticamente fronte mare. Direi che non si può chiedere di meglio, no?

Fate voi, noi abbiamo già deciso: ci rivediamo sicuramente a La Prima Estate 2027.