A sud, PlantsPlay, Senape e Tank Serbatoio Culturale: un confronto aperto tra attivismo, club culture e sostenibilità
Se la crisi climatica è anche una crisi culturale, allora la musica — e tutto ciò che le ruota intorno — non può più limitarsi a raccontarla. Deve iniziare a praticarla. È da questa consapevolezza che nasce Conscious Sustainable Clubbing, il talk che si è svolto il 12 Dicembre al Tank, che ha messo attorno allo stesso tavolo chi lavora quotidianamente nella cultura musicale cercando di trasformarla dall’interno: Marta Lovato dell’associazione A Sud, Edoardo Taori, performer, musicologo e fondatore di PlantsPlay, Senape Vivaio Urbano che fa da sponsor all’iniziativa e Marzia Avallone, co-founder e creative director del Tank.

Il punto di partenza è chiaro: per anni il mondo culturale occidentale bianco, estrattivista, ha contribuito a normalizzare modelli di consumo, produzione e mobilità oggi incompatibili con i limiti del pianeta. Continuare a proporre contenuti radicali senza interrogarsi sulle pratiche organizzative rischia di trasformare la sostenibilità in una semplice estetica.
È su questo crinale che si inserisce il lavoro di A Sud, associazione ecologista attiva da oltre vent’anni sui temi della giustizia climatica, e il programma Cultura Sostenibile, sviluppato insieme a Melting Pro. L’obiettivo non è “certificare” buone intenzioni, ma accompagnare enti culturali, festival e spazi musicali in un percorso concreto di trasformazione, partendo da un presupposto fondamentale: se non si conoscono davvero le persone che abitano i luoghi della cultura — pubblici, comunità, lavoratrici e lavoratori — non si può produrre alcun cambiamento reale.

Durante il talk è emerso con forza un nodo centrale: molte organizzazioni culturali comunicano posizioni politiche nette, radicali, ma faticano a farle coincidere con le proprie pratiche quotidiane. Non per mala fede, bensì per carenza di tempo, risorse economiche e competenze. È qui che strumenti come la piattaforma LUME diventano cruciali: un sistema che permette non solo il calcolo dell’impronta carbonica degli eventi, ma anche un’autovalutazione qualitativa basata sui CAM eventi (Criteri Ambientali Minimi definiti dal Ministero dell’Ambiente italiano per l’organizzazione di eventi a minore impatto ambientale), offrendo una fotografia realistica da cui partire. Anche riferimenti normativi complessi come la ISO 20121, pur onerosi, possono diventare linee guida utili per strutturare un percorso, senza necessariamente arrivare subito alla certificazione.
Accanto a questa dimensione più tecnica, il talk ha aperto una riflessione sul linguaggio artistico e sul rischio, sempre più diffuso, di greenwashing culturale. Portare piante sul palco, organizzare concerti “in natura” o usare simboli ecologici non equivale automaticamente a sostenibilità. Anzi, in alcuni casi può rafforzare contraddizioni evidenti: eventi con migliaia di persone in contesti fragili, decibel elevati e impatti ambientali non considerati. Oggi però il pubblico è sempre più abituato a cogliere queste contraddizioni.

In questo quadro si inserisce il progetto Plants Play, fondato da Edoardo Taori, che da circa dieci anni esplora il dialogo tra musica, tecnologia e mondo vegetale. Plants Play è nato grazie a campagne di crowdfunding internazionale e utilizza dispositivi di biofeedback per rilevare le variazioni elettriche nelle piante e tradurle in suoni musicali attraverso un’app dedicata, trasformando ogni pianta in una sorta di “strumento” generativo unico. La tecnica di sonificazione dei dati ha radici nello sviluppo di metodi scientifici a partire dagli anni ’50, quando centri di ricerca come la NASA utilizzavano la trasformazione di dati in suono come strumento di analisi, e oggi questa idea viene reinterpretata in contesti artistici come quello di Plants Play.
Il messaggio che emerge non è semplicemente poetico: cosa ci mantiene davvero in vita? Il mutuo, il lavoro, o l’ossigeno e il cibo che le piante producono? Portare le piante negli spazi della musica significa anche riportare geometrie frattali — quelle della natura — in luoghi sempre più dominati da forme squadrate, artificiali, estrattive. Ma, come sottolineato durante il talk, anche progetti come questo devono interrogarsi costantemente sul proprio impatto complessivo, evitando scorciatoie simboliche.

Dal lato degli spazi indipendenti, l’esperienza di Marzia Avallone del Tank – Serbatoio Culturale racconta un altro pezzo fondamentale di questo percorso. Tank funziona come un vero e proprio incubatore di format culturali che intrecciano clubbing, politica e sensibilità ambientale. Progetti come Cemento Armato, NNNAAAMMM o Zero Gravity dimostrano come anche la scena underground possa sperimentare nuove pratiche: dai braccialetti compostabili con semi melliferi, pensati per la ripopolazione delle api, ai messaggi di sensibilizzazione proiettati durante le serate, fino alla costruzione consapevole di safe spaces.

Eppure, il messaggio finale è chiaro: la sostenibilità è un percorso collettivo, che si costruisce dal basso, insieme alle comunità che rendono vivi gli eventi culturali. I primi passi concreti passano da due binari fondamentali: la raccolta e analisi dei dati — energie e risorse utilizzate, calcolo delle emissioni di CO₂, — e l’allineamento progressivo a normative come CAM e ISO 20121, usandole come bussole più che come traguardi immediati.
Il confronto si chiude senza risposte definitive, ma con una domanda aperta che pesa più di tutte: che ruolo ha il pubblico in questo percorso di sostenibilità?
A stimolare le nostre riflessioni la performance di PlantsPlay, un’esperienza immersiva che rende tangibile il dialogo tra natura, tecnologia e ascolto umano, ricordandoci che la sostenibilità non è solo un obiettivo da raggiungere, ma una relazione da coltivare insieme.

