H-Strychnine “Siamo tornati con nuovi brani, nuovi concerti e la carica di sempre”

HStrychnine

Sabato 24 ottobre al DAS di Bologna il concerto degli H-Strychine, in apertura il LLeroy

Gli H-Strychnine tornano sulle scene riunendosi nella loro formazione originale, con l’unica novità di Manuel Zappaterra alla batteria. Dopo oltre vent’anni e diverse esperienze individuali in altre formazioni, la band è pronta a calcare nuovamente i palchi, lavorare a nuove canzoni e pubblicare in formato esclusivo la propria discografia.

Attivi tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, gli H-Strychnine sono una storica band italiana post-hardcore con influenze alternative e stoner. Nati tra Ferrara e Rovigo nel 1997, pubblicano gli album Reach e Play with Kites per Ammonia Records / V2 Sony e diventano una presenza centrale nella scena punk hardcore crossover italiana ed europea.

Tra il 1997 e il 2004 suonano su oltre trecento palchi in Italia e in Europa, condividendo il palco con band come NOFX, H2O, Lagwagon, L7, Godflesh, Rollins Band, Stone Sour, Verdena, Punkreas e Linea 77. I videoclip di Prison Family, Create e Why I Go On to Follow It? entrano in rotazione su MTV, Rock TV, Superock e Match Music. 

Oggi gli H-Strychnine tornano con nuova energia, pronti per un nuovo tour e per scrivere un nuovo capitolo della loro storia.

Qua l’intervista al frontman della band.

1) Gli H-Strychnine son tornati, dopo anni di silenzio, sui palchi di concerti e festival punk. Qual è stata la scintilla che vi ha fatto riunire?

Premetto che nessuno di noi ha mai smesso di suonare in questi 20 anni di inattività degli HS9 e che comunque siamo sempre rimasti in contatto. Io e mio fratello Andrea, in particolare, abbiamo continuato a suonare praticamente sempre insieme in altre band. La scintilla è scattata più di un anno fa quando una fanzine ci ha chiesto di intervistarci e raccontare la nostra storia, ripubblicando in cassetta il nostro primo disco (insieme a quello degli amici Livello Zero). Ci ha fatto un certo effetto pensare che qualcuno avesse ancora voglia di ripercorrere la nostra storia e scrivere di noi dopo tanti anni. Quell’intervista è stata l’occasione per ritrovarci per un paio d’ore insieme ai compari HS9 e ripercorrere con Massimo Merigo (della fanzine Basterdizer, andate a cercarla) quello che eravamo e che avevamo fatto. Ringraziamo pubblicamente Massimo perché è proprio in quell’occasione che è tornata la voglia comune di ritrovarci in sala prove con la formazione originale: una cosa di cui avevamo parlato tante volte, ma che non eravamo mai riusciti a realizzare in oltre vent’anni. Simone, il nostro batterista di allora, ha poi preferito non proseguire, mentre Manuel si è unito a noi vecchietti portando tutta la carica giovane che lo contraddistingue.No photo description available.

2) Tra il ’97 e il 2004 avete pubblicato due dischi – Reach e Play with Kites – state lavorando ad altro?

Abbiamo appena terminato le registrazioni del nostro nuovo disco ed abbiamo già un accordo per la sua uscita all’inizio del prossimo anno. Tra non molto riusciremo a svelare tutto. Quando abbiamo ricominciato a suonare insieme, abbiamo deciso subito che il nostro obiettivo non era fare una reunion per riproporre le canzoni dei vecchi dischi, ma ritrovarci per creare nuova musica. Siamo davvero soddisfatti dei nove brani che abbiamo scritto: siamo maturati e oggi sappiamo bene cosa ci viene naturale fare e come valorizzarlo. Un filo conduttore dei brani sono sicuramente i testi, avevo davvero voglia di scrivere canzoni che parlassero della situazione della nostra umanità e raccontare storie che potessero far fermare le persone a pensare a quello che stiamo vivendo in questo drammatico momento storico.

3) Siete nati in un periodo di grande fermento del genere crossover; ha ancora senso e spazio la musica che proponete secondo voi?

Io penso che non ci sia un genere di musica che non ha senso di esistere. Credo però che ciò che rende davvero importante la musica sia quello che riesce a dire e a trasmettere. Oggi mi sembra che i contenuti delle canzoni siano sempre più spesso dominati da violenza, maschilismo, ignoranza e ricerca della ricchezza. Noi ci siamo sempre sentiti più vicini all’attitudine hardcore, anche se all’epoca siamo finiti nel grande calderone del crossover. La nostra attitudine DIY, i testi impegnati e la mia enorme passione per i Fugazi ne sono un esempio. La cosa che mi manca sempre di più nella musica, con il passare degli anni, è proprio l’impegno: il coraggio di dire qualcosa di serio, di prendere posizione e di provare a far riflettere. Il dilagare di testi che trasmettono disvalori mi lascia sinceramente imbarazzato. È lo specchio di una società che sta attraversando una fase davvero difficile.

4) Cosa è cambiato nella vostra band, nella vostra musica, da allora ad oggi?

Siamo rimasti davvero stupiti della facilità con cui siamo riusciti a scrivere nuove canzoni. La capacità di comporre insieme ci è rimasta, proprio come all’epoca. La differenza è che oggi siamo molto più capaci di giudicare quello che facciamo, metterlo in discussione e trasformarlo, grazie all’esperienza musicale accumulata in tutti questi anni. Le canzoni sono andate molto di più dritte al punto sia con l’intento musicale che rispetto al messaggio. Alla nostra età ormai non abbiamo più molto tempo da perdere…

5) Quali sono i temi che affrontate nei vostri brani?

I test continuano ad avere temi sociali e umani, dalla condizione di vita della gente comune in Palestina, alla denuncia della violenza razzista che dilaga nel nostro paese e nel mondo, alla digitalizzazione-disumanizzazione che stiamo vivendo. Penso che questo renda una canzone davvero alternativa nel 2026. Il primo brano che abbiamo scritto è nato dall’urgenza di schierarci dalla parte delle bambine e dei bambini palestinesi. Si intitola Genocide: credo che già il titolo dica molto. Abbiamo anche deciso di tornare a scrivere una canzone in italiano soprattutto per l’urgenza del messaggio: racconta la difficile e triste storia della ricerca di una vita migliore di un ragazzo immigrato dall’Africa. Tengo davvero molto a quello che scrivo e penso che le nostre canzoni perderebbero una parte importante del loro valore se non riuscissero a suscitare una riflessione in chi le ascolta. Sarò davvero felice di confrontarmi con chi vorrà ascoltarle e leggere i nostri testi.

6) Sabato 24 ottobre sarete sul palco del DAS in via del Porto a Bologna. Cosa ci dobbiamo aspettare da un vostro live?

Una delle cose che mi ha colpito di più dell’invito ricevuto dagli organizzatori, che colgo l’occasione per citare e ringraziare — DAS, Lele Marcojanni, Grabinski Point, Orchestra Marchetti, Maple Death Records e AirMaxPlus — è proprio la scelta della location. Sarà interessante e particolare portare la nostra musica hardcore in uno spazio dedicato all’arte, intesa non soltanto come musica, ma anche come arte visiva e ricerca espressiva a 360 gradi. Sarà inoltre il nostro primo concerto a Bologna dopo oltre vent’anni: un’occasione di festa per ritrovare tanti vecchi amici, conoscerne di nuovi e prenderci cura gli uni degli altri con la musica. In scaletta ci saranno brani dei nostri vecchi dischi, ma anche diversi pezzi nuovi, che non vediamo l’ora di mettere alla prova dal vivo.

7) Avete un messaggio per chi ci legge per invitarli al concerto del 24?

La musica ci sarà, con noi e i bravissimi Lleroy, ma la serata offrirà molto di più. Ci troveremo in un contesto davvero speciale come il DAS, dove, grazie a Lele Marcojanni, le installazioni temporanee dialogheranno con lo spazio e con i suoni della serata. Un’esperienza immersiva, tra musica e arte, che secondo me vale davvero la pena vivere. Noi vi aspettiamo sotto il palco!

Tutte le info qui: Hstrychnine IG