Greta Van Fleet

I Greta Van Fleet sono il futuro del rock e il nuovo album lo dimostra

The Battle at Garden’s Gate è il secondo album in studio dei Greta Van Fleet. Dimenticate quello che avete sentito su di loro e lasciatevi trasportare da uno degli album rock più belli del nuovo millenio.

L’album è uscito il 16 aprile, preceduto dai singoli My Way Soon e Heat Above. Abbiamo chiesto a un grande cultore di classic rock di ascoltarlo per noi.

Il mio consiglio prima di approcciarvi all’ascolto di questo secondo lavoro in studio dei Greta Van Fleet, è di dimenticarvi di tutte le recensioni già uscite, infarcite di critiche, e di ritrovare una sorta di verginità musicale che possa farvi godere di questo viaggio ricco di sorprese. Evitate di cercare influenze, che ovviamente sono presenti e in una recensione vanno rimarcate, e di fare paragoni con band del passato; liberate la mente e alzate il volume credetemi, ne vale la pena.

La partenza è strepitosa con Heat Above, un brano costruito alla perfezione, nel quale il marchio dei Greta Van Fleet è ben riconoscibile; chitarre distorte e un sapiente uso dell’organo Hammond, che lo rendono a tratti un brano sacrale, si susseguono per 5’ abbondanti di puro godimento. Il secondo pezzo My Way Soon è la perfetta colonna sonora di un viaggio on the road tra lande selvagge; un brano in cui la batteria di Danny Wagner segna cambi di ritmo e improvvise accelerazioni che lo rendono più accattivante.

Broken Bells è di una bellezza sconcertante; sfido chiunque ad ascoltarla senza rimanerne incantato. Certo, nella sua costruzione metrica ricorda Stairway to Heaven (brano per il quale gli stessi Zeppelin vennero accusati di plagio), e allora? Grazie a dio a distanza di 50 anni qualcuno ha trovato il coraggio di ispirarsi ad uno dei più grandi capolavori del rock, creando qualcosa di altrettanto sublime, ma impregnato di una freschezza totalmente nuova. E arriviamo a Built by Nations, un pezzo che promette di far divertire soprattutto durante i live, grazie ad assoli di chitarra e di batteria ad intervallare la voce spinta di Josh.

Con Age To Machine i Greta Van Fleet seguono un riff di chitarra ben definito e ci costruiscono un pezzo coerente e piacevole che strizza l’occhio agli amanti delle rock-ballads più classiche. Tears of Rain è spiazzante, non è e non può essere un singolo, non è un brano che ti stende al primo colpo e ti resta dentro, ma, ascoltato in una malinconica giornata di pioggia, sembra capirti come l’amico più fedele; con un cantato meno incisivo e più malinconico sarebbe stato perfetto.

Con Stardust Chords si cambia di nuovo registro per tuffarsi nel rock più autentico; il brano si apre con un’atmosfera mistica, con un attacco che può ricordare il cantato di Geddy Lee dei Rush, ma nel ritornello l’inconfondibile potenza dei ragazzi del Michigan esplode inevitabilmente.

Dopo l’onirica e splendida Light my Love e la più articolata Caravel, The Barbarians apre uno spiraglio su quello che potrà essere il futuro prossimo della band, alla ricerca di sonorità nuove e sperimentazioni che diano uno stile più autentico ma sempre ben riconoscibile.

Trip the Light Fantastic ha atmosfere vagamente psichedeliche e alterna alla voce di Josh un coro fantasy che impreziosisce un brano già ricco di spunti interessanti. E chiudiamo in bellezza con The Weight of Dreams un capolavoro di stile, tecnica e costruzione ritmica a tratti commovente. Quasi 9’ per il brano più lungo mai scritto dai fratelli Kiszka, ma che non ci stancheremmo mai di ascoltare. Siamo così giunti alla conclusione di questo piacevole viaggio fatto di 12 tappe irrinunciabili e mai banali.

Un album di ottima fattura con punte di eccellenza che lasciano immaginare un futuro davvero roseo per questa giovane band. Dopotutto anche i Beatles prima di arrivare a pubblicare Sgt.Pepper o Let It Be hanno scritto cose più dimenticabili e meno distaccate dal rock’n’roll anni 50’ che ancora era di moda quando si affacciarono sulla scena musicale britannica. Tutti i migliori hanno avuto influenze più o meno marcate o addirittura hanno attinto a cover per rendersi noti e riconoscibili. Diamo il tempo di maturare anche a questi ragazzi che con The Battle at Garden’s Gate lasciano ben sperare per il futuro del rock.

Recensione a cura di Luca Giudici