foto e recensione a cura di Donatella Andria @donatellaandria.ph
Gnut all’Ex Dynamo di Bologna ha regalato al pubblico una delle serate più intense dell’estate.
Un inizio in punta di piedi
Ci sono concerti che si ascoltano. E poi ci sono concerti che si vivono. Quello di Gnut all’Ex Dynamo di Bologna, andato in scena giovedì 23 luglio, appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Le luci sono soffuse. La sala è immersa nel silenzio. Gnut sale sul palco e inizia a suonare con gli occhi chiusi. È un invito implicito a fare lo stesso. A mettere da parte il rumore del mondo e ad entrare in uno spazio fatto di parole, corde e respiri.
L’atmosfera è raccolta fin dalle prime note. Non c’è bisogno di effetti speciali. Bastano una voce, una chitarra e canzoni capaci di arrivare dritte all’anima.
Un saluto a un capitolo della sua musica
Tra un brano e l’altro, Gnut racconta che questo tour rappresenta anche un momento di passaggio. Da marzo arriverà un nuovo disco. Per questo motivo sente il bisogno di salutare queste canzoni, lasciando loro un ultimo spazio prima che siano le nuove composizioni a prendere il testimone.
Le parole non hanno il tono dell’addio. Somigliano piuttosto a un ringraziamento. Ogni brano viene restituito al pubblico con cura ed emozione.
Un artista cresciuto senza perdere la propria autenticità
Negli anni Gnut è cresciuto come autore e come interprete. Sul palco si muove oggi con una sicurezza maggiore rispetto agli esordi. Eppure conserva quella timidezza di fondo che è diventata uno dei suoi tratti più riconoscibili.
Nei primi brani appare quasi raccolto nel proprio mondo. Poi qualcosa cambia. Le battute con il pubblico si fanno più frequenti. I sorrisi prendono il posto della naturale riservatezza. L’Ex Dynamo diventa un salotto condiviso, dove artista e spettatori parlano la stessa lingua.
Il pubblico lo segue con un’affezione rara. Canta ogni parola, completa i versi e accompagna le melodie con un rispetto quasi religioso. Più che un concerto, sembra una conversazione tra vecchi amici.
Le canzoni parlano all’intimo
Le composizioni di Gnut non cercano mai la spettacolarità. Preferiscono scavare in profondità. Parlano di fragilità, amore, tempo e memoria con una scrittura essenziale, ma capace di lasciare un segno.
Sono canzoni catartiche. Chiedono di essere cantate a occhi chiusi, perché solo così riescono ad arrivare fino in fondo. Ogni parola trova il proprio peso. Ogni silenzio diventa parte della musica.
È proprio questa la forza del concerto. Non impone emozioni. Le lascia emergere con naturalezza, fino a trasformare l’ascolto in un’esperienza profondamente personale.
Un moderno erede della tradizione napoletana
Pochi giorni fa Gnut ha regalato un concerto particolarmente toccante nella Casa Museo Murolo di Napoli. Un luogo simbolico che racconta molto del suo percorso artistico.
Ascoltandolo dal vivo viene naturale pensare a lui come a un Murolo moderno. Non per imitazione, ma per quella capacità di custodire la tradizione napoletana e, allo stesso tempo, renderla contemporanea. La sua musica guarda avanti senza dimenticare le proprie radici.
Durante tutto il concerto c’è un’altra presenza costante sul palco: Ciaccarella, la storica chitarra che lo accompagna da anni. Gnut la accorda più volte, la osserva, la ascolta e la cura con pazienza. È un gesto che racconta il rapporto quasi affettivo con il suo strumento e la ricerca continua del suono giusto.
Un concerto che resta dentro
All’Ex Dynamo non va in scena soltanto una scaletta di canzoni. Va in scena un modo diverso di intendere la musica. Più intimo, più sincero, più umano.
In un’epoca in cui molti concerti puntano sull’impatto visivo, Gnut sceglie la strada opposta. Affida tutto alla forza delle sue canzoni e alla relazione con il pubblico. È una scelta coraggiosa. Ed è anche il motivo per cui il suo live lascia un segno così profondo.
Prima ancora di essere ascoltato, questo concerto va vissuto. Solo così è possibile comprenderne davvero la bellezza.











