Devo averci preso gusto. Iniziare la settimana con un concerto sta diventando un rituale necessario per spezzare la routine, esorcizzare il capitalismo e accantonare per un attimo il pensiero dei regali natalizi imminenti. C’è qualcosa di catartico nell’affrontare il freddo “artico” di Bologna per poi ritrovare il calore familiare delle mura rosse del Locomotiv Club.
Ad aprire le danze ci pensa la band di supporto, i Worry Club. Hanno iniziato da pochissimo e, a guardarli, verrebbe da definirli degli “sbarbatelli”: il cantante sembra uscito direttamente da una serie teen drama (scegliete voi la vostra preferita), e la loro proposta musicale è un indie rock canonico, fatto di chitarre distorte e tempi in 4/4. Inizialmente penso che preferirei una birra, ma per dovere di cronaca attendo il termine dell’esibizione. Sebbene non ne resti stregato, va riconosciuto il loro impegno: interagiscono, scherzano con il pubblico e portano sul palco l’entusiasmo della loro prima volta in Italia. Fa un certo effetto pensare che questi ragazzi, che arrivano da Chicago, forse non hanno nemmeno l’età per bere alcolici negli USA, eppure si ritrovano nel cuore dell’Emilia Romagna ad aprire per un artista già affermato.
Mi sto dilungando, ma il punto è che gli ultimi dieci minuti del loro set valgono l’intera presenza: un crescendo di assoli e batterie sempre più veloci. Certo, forse fa parte del cliché, ma chi sono io per non godermelo senza cercare a tutti i costi la next big thing?
Recupero la mia birra e scambio due chiacchiere sui concerti futuri e sui locali in città, anticipando mentalmente l’intervista che faremo a breve proprio a chi ha ideato il Locomotiv Club (SPOILER!). Ma eccoci: ore 22:00 spaccate. Un mega riff rock’n’roll dà il via allo show dell’artista principale. Khyree Zienty – questo il vero nome del cantautore canadese classe 2002 – salta sul palco come una furia: capello corto biondissimo e l’energia di chi ha qualcosa da dire.
Non seguo EKKSTACY dagli esordi; sarebbe ipocrita fare un discorso “alla Pippo Baudo” sostenendo di averlo scoperto io (pace all’anima sua). Ricordo il clamore suscitato dal suo primo disco Negative del 2021 e il successivo Misery (2022), ma il mio approccio diretto è avvenuto con l’album omonimo uscito a gennaio 2024, che mi ha trascinato subito nel suo mondo.
La scaletta parte immediatamente con le hit, dimostrando che Zienty ha parecchie cartucce da sparare, tutte punto d’incontro perfetto tra il sing-along e il pogo. A tal proposito, il pubblico colpisce: giovanissimo, anzi, giovane per davvero, galvanizzato, balla e canta all’unisono dalla prima all’ultima nota.
Dopo qualche pezzo, EKKSTACY ci confessa un retroscena: fino a dieci minuti prima dell’inizio dello show stava dormendo nel van. Un risveglio non proprio morbido, insomma: correre sul palco e dare il 110%. Eppure lo fa, e lo fa bene. Carismatico e trascinante, rende ogni brano un colpo allo stomaco, in quella goduria malinconica che solo la sua voce sa portare.
Cosa porta con sé questo ragazzo di Vancouver? Un mix riuscito tra indie rock, post-punk e new wave. In alcuni tratti, il suo timbro vocale sembra un vago richiamo al cantato di una band arcinota del Regno Unito ma evitiamo paragoni azzardati almeno qui nero su bianco, nella memoria del web.
Il concerto è breve ma intenso: 55 minuti. Alle 23:00 stiamo già uscendo e, rientrando verso casa, mi interrogo su un dubbio atavico a cui in queste serate do risposta positiva. I concerti devono per forza durare a lungo? Non necessariamente. Pensate alle serie TV: basta una puntata fatta bene per venirne trascinati dentro. Altri potrebbero parlare della soglia di attenzione ridotta delle nuove generazioni, ma non è questo il caso. Khyree Zienty, nonostante la giovanissima età e un passato personale complesso – che lo ha visto superare momenti bui e trasformarli in arte – si mangia il palco. È un trascinatore nato, e tanto basta.


