Motta al Dumbo, 21 maggio 2026, la fine dei vent’anni, dieci anni dopo
Io e Motta siamo coetanei. La fine dei suoi vent’anni è stata la fine dei miei e tant’è che adesso i quaranta bussano alla porta di entrambi. O forse la fine dei trent’anni che suona meglio. Che però sono i nuovi venti.
Mi sto incartando, ricominciamo. Ho conosciuto Motta di persona in Ungheria, allo Sziget festival. Potevamo fare interviste e sul palco europeo siamo stati folgorati da Francesco Motta. Sudato, nerissimo, incollato. Un grillo che saltava pericolosamente dal ciglio della batteria al bordo estremo del palco. Sullo sfondo la famosa scritta che sembra quasi un simbolo esoterico.
Durante l’intervista in cui sembrava scazzatissimo gli abbiamo rubato una foto, con nonchalance si è coperto la faccia e abbiamo concluso l’intervista. Per me quel gesto è stato bellissimo, in linea con l’animo rock che ci è piaciuto.
Con “La fine dei vent’anni” ormai Motta era un rocker, capace di trasmettere tutta l’urgenza e l’energia di quando ti dicono che stai diventando grande e tu ancora non ci capisci un cazzo. Sei in ritardo, disorganizzato e, di nuovo, ancora un po’ scazzato.
Vedo dieci anni dopo Motta, non per caso, al DumBo, per la data bolognese del tour celebrativo. È cambiato tutto, come deve essere. Non è più in ritardo, ma al suo posto. Sul palco “sta”, lo riempie, e si rigira le canzoni tra le dita come quando guardiamo i ricordi e ne soppesiamo il valore. Ogni pezzo é celebrativo e celebrato, lo riproduce con una maestria e rotondità frutto di un sapere musicale maturo. Non si sente più l’urgenza, ma il piacere di stare al cento per cento.
A calcare il palco con lui una formazione doc, con Sammarelli al basso e Dimitri alla chitarra, padrino e madrina per la cerimonia.
Tra la dedica a mamma e papà, la citazione ai Criminal Jokes e alle canzoni che non dovevano esserci e invece sono rimaste, salutiamo assieme a lui un disco iconico e ci congediamo dai trent’anni.

