Chi è DADA’? Nome d’arte di Gaia Eleonora Cipollaro, è una cantautrice italiana che ha saputo costruire un’identità artistica unica, fondendo la tradizione musicale napoletana con l’elettronica e la world music. Nota al grande pubblico per la sua partecipazione a X Factor 2022 nella squadra di Fedez, ieri sera ha portato il suo personale universo sonoro sul palco del Locomotiv Club di Bologna.

Dada’ fa il suo ingresso vestita da regina – o forse da principessa – indossando quell’abito rosso che domina la copertina del suo album Core in fabula. Non è solo il vestito a parlare, ma anche le sue parole: l’artista ci anticipa un viaggio tra le fiabe del Sud Italia, sia quelle tramandate che quelle inventate da lei. Il suo obiettivo è sfatare il mito che le fiabe siano solo “cose per bambini”, dimostrandoci (o confermandoci, a seconda dei punti di vista) la loro profondità.
La serata si apre con il brano “Serpa“. Subito dopo, un piccolo disguido tecnico interrompe brevemente la magia – ironicamente attribuito da Dada’ alla “colpa dei serpenti” – ma il concerto riprende presto il suo ritmo. Lo spettacolo segue una struttura precisa: introduzione alla fiaba seguita dalla canzone, il tutto arricchito dall’ironia della cantante e dalla sua costante voglia di interagire con il pubblico.
I brani, quasi tutti intitolati ad animali declinati al femminile, compongono un vero e proprio manifesto femminista che intreccia musica popolare e sperimentazione. Sull’uso della lingua napoletana, forse, l’artista appare talvolta troppo insistente nel voler ribadire, spiegare e tradurre ogni termine, quasi ci trovassimo in un altro stato; un eccesso di didascalismo che pesa leggermente a chi, come me, è cresciuto in Campania e conosce bene l’orgoglio viscerale per la propria terra.
Tra i racconti spicca quello del rito della “Votaseggia“, antica tradizione tra Campania e Basilicata legata all’innamoramento. Si passa poi a “Chill“, la storia di un verme che indispettì marito e moglie, che danza tra sonorità dub e djembe, fino alla litania “Ole ole” del brano “Povere“, una fiaba in cui è un morto a piangere la sua stessa dipartita.
La narrazione prosegue tra oggetti di scena, come uno sgabello, e figure caratteristiche: ecco la storia di Leonilda, vecchietta dei bassi napoletani con i calzini di lana penzolanti. È il preludio a una canzone romanzata sulla “Capera”, la parrucchiera dell’epoca che entrava nelle case e “si faceva i fatti di tutti”, incarnazione degli inciuci di paese.
Sul palco è uno spettacolo a due. Sebbene l’attenzione cada inevitabilmente su Dada’, è lei stessa a voler spezzare il focus sulla sua figura per complimentarsi con Pasquale, il batterista che l’accompagna magistralmente. Tra un brano e l’altro c’è spazio per la leggerezza: Dada’ ammette di “arrivare dall’Ottocento”, ma scherzandoci su ricorda che “lei si lava, eh!”.
Verso il finale, le tematiche si fanno intense. Arriva la canzone sull’invidia, che ritrae una donna mentre osserva altre donne, persino suore con il rosario tra i seni, lanciando una rivalsa femminile potente: “Voi odorerete di Dio, ma io di rose“. Il concerto si avvia alla conclusione tra i ritmi della tammorra e brani evocativi come “La luna e i due fratelli“, “Igor“, “Le janare” e “Odilia“, la toccante storia della burattina (la “bruttina”) creata e amata da Pietro Calafiore.

