Alice Cooper al Sequoie Music Park: Il rito immortale dell’horror rock

A cura di Fabio Viggiano - @viggiagram

Bologna, 08/07/2025

Nemmeno un violento acquazzone pomeridiano, che per qualche ora ha gettato un’ombra di incertezza sul Parco delle Caserme Rosse, è riuscito a fermare il Re dell’horror rock. Dopo un’attesa febbrile, scandita dagli aggiornamenti social, i cancelli del Sequoie Music Park si sono aperti su una serata fresca e carica di aspettative. Il pubblico, un’eterogenea folla con una solida maggioranza “over anta”, era pronto a tributare il giusto omaggio a una leggenda vivente.

Alle 21:45, il buio cala sul palco. Ai lati si stagliano due imponenti scale da castello medievale, mentre al centro un’enorme prima pagina de “The Italian Gazzette” tuona: “BANNED IN ITALY! ALICE COOPER!”. Mentre la musica cresce in un’inquietante progressione, figure ammantate da medici della peste si aggirano sulla scena.

D’un tratto, una spada squarcia la carta del giornale: è lui, Alice Cooper, inconfondibile con il suo cilindro, il trucco iconico e l’arma bianca ancora in pugno. Inizia lo show.
Da adolescente, avevo sempre sentito parlare degli spettacoli horror di Alice Cooper, ma viverli è un’altra cosa. Bastano pochi minuti per capire che non si tratta solo di un concerto, ma di un’opera teatrale serrata e macabra. Certo, ci sono tutti i crismi del grande rock anni ’70/’80 – assoli funambolici, ritmi martellanti e corna al cielo – ma ogni brano è un atto di una precisa sceneggiatura. Cambi d’abito, oggetti di scena e incursioni di attori (membri della sua stessa crew) trasformano il palco in un mattatoio del Grand Guignol.

Lo spettacolo non concede tregua. Ogni due o tre canzoni, qualcuno irrompe per sconvolgere i piani: una fan ossessiva che pretende una foto, un fotografo troppo invadente. La loro sorte è segnata. Alice Cooper, con la freddezza di un consumato assassino, li elimina nei modi più disparati: sgozzati, impalati con un bastone da passeggio che si rivela una lama affilata, e poi prontamente trascinati via dai suoi scagnozzi, i medici della peste.

Alice è il protagonista assoluto, un incrocio tra il pifferaio magico e un sadico direttore d’orchestra. Domina i suoi musicisti, li dirige con gesti imperiali, li spintona per prendersi il centro della scena. Tutto ruota attorno all’aura carismatica di un uomo che ha fatto del rock una bandiera di vita, supportato da una band di altissmo livello: un muro di suono a tre chitarre composto dalla funambolica Nita Strauss, Ryan Roxie e Tommy Henriksen (anche negli Hollywood Vampires), sostenuto dalla solida sezione ritmica di Chuck Garric al basso e Glen Sobel alla batteria.

I momenti memorabili si susseguono senza sosta. Sulle note di “Ballad of Dwight Fry“, una luce illumina Alice imprigionato in una camicia di forza, mentre un uomo, vestito di nero lo tormenta con un manganello elettrico. Per “Only Women Bleed“, trascina in cima a una scala una bambola dalle fattezze di una sposa cadavere, per poi scaraventarla di sotto e dedicarle una danza grottesca, tra calci e maltrattamenti.
Lo shock e la teatralità raggiungono l’apice quando fa la sua comparsa una sensuale Maria Antonietta. Dopo un breve e ambiguo ballo con il sovrano del rock, una ghigliottina viene portata a centro palco. Senza esitazione, la regina decapita il suo Luigi XVI, per poi esibirne la testa mozzata in una macabra danza trionfale.

Il gran finale del set principale è un’esplosione di anarchia. Sulle note dell’inno generazionale “School’s Out“, enormi palloni colorati vengono lanciati sulla folla. Alice si diverte a bucarli con la sua spada, liberando una pioggia di coriandoli sul pubblico in delirio. Ma la vera sorpresa è il geniale innesto con cui il brano sfocia in “Another Brick in the Wall” dei Pink Floyd. Il celebre ritornello, “We don’t need no education”, cantato all’unisono dal pubblico, unisce due mondi e due ere del rock.

Ma il rito non è ancora concluso. Per l’encore, c’è ancora tempo per un’ultima, colossale apparizione. Sulle note di “Feed My Frankenstein“, un gigantesco Alice Cooper mostruoso, sulla scia dell’Eddie degli Iron Maiden, si aggira minaccioso tra i musicisti, dominando il palco per l’ultimo assalto sonoro.

È impressionante notare come, per quasi tutto lo spettacolo, Alice Cooper abbia vestito i panni dell’attore, del burattinaio silenzioso che non rivolge mai una parola diretta al pubblico. Solo sul finale, il Re dell’incubo rompe il silenzio per presentare la sua straordinaria band e congedarsi con il suo augurio più sinistro e appropriato: “Che tutti i vostri sogni possano diventare i vostri peggiori incubi“.

In quel momento, la memoria corre all’adolescenza, ai lettori MP3 da 512 MB e al download selvaggio. Tra Nirvana e Guns N’ Roses, i brani di Alice Cooper spuntavano sempre, icone di un ascolto più “duro e puro”. Quello che credevamo un ricordo sbiadito si è rivelato un patrimonio sonoro ancora inciso nella nostra mente, dimostrando la longevità di canzoni che hanno superato la prova del tempo. Alice Cooper ha offerto molto più di un concerto: ha celebrato un rito, uno spettacolo immortale dove musica, teatro e shock si fondono alla perfezione.

Scaletta:

Lock Me Up (Intro)
Welcome to the Show
No More Mr. Nice Guy
I’m Eighteen
Under My Wheels
Bed of Nails
Billion Dollar Babies
Hey Stoopid
Go to Hell
Poison
“The Black Widow” (video estratto da Alice Cooper: The Nightmare)
Guitar Solo (Nita Strauss)
Black Widow Jam
Ballad of Dwight Fry
Killer (band only)
I Love the Dead (band only)
School’s Out (con frammenti di “Another Brick in the Wall” e presentazione della band)

Encore:

Feed My Frankenstein