A cura di Fabio Viggiano: @viggiagram
Non siamo ancora a cifra tonda, ma per essere il novantanovesimo concerto dell’anno sono decisamente su di giri: stasera sul palco del Locomotiv Club c’è una novità, o meglio, uno degli astri nascenti del jazz contemporaneo. corto.alto è il progetto nato a Glasgow dal polistrumentista Liam Shortall.
Ne avevamo già parlato sui nostri canali social per l’uscita del nuovo disco, SOME SMALL FORTUNE, e diversi amici, in fissa quanto noi, ce ne avevano raccontato meraviglie dal vivo. D’altronde Shortall non è nuovo a queste mura rosse: lo scorso anno aveva già conquistato tantissimi appassionati di jazz contemporaneo, e infatti stasera il locale è sold out, gremito di un pubblico variegatissimo per età, mood e attitudine, ma unito dalla curiosità per questo ritorno.
Ad aprire la serata ci pensa Terra Kin, ospite anche nel disco in OMNI, che tra melodie dream pop e un set essenziale chitarra e voce spiazza un po’ gli astanti. Una voce magnetica, sostenuta da strutture tanto semplici quanto incisive: forse non proprio il tipo di esibizione che mi aspettavo prima di corto.alto, ma apprezzo e porto a casa.
Il cambio palco è rapido, la gente si infila in ogni spazio disponibile e l’atmosfera comincia a scaldarsi. Sale la band ed è un attimo: si viene catapultati tra giri di sassofono, chitarra, effetti e infinite variazioni sul tema, con i fiati che accompagnano la melodia in diminuendo fin quasi a spegnerla, per poi farla magicamente risalire.
Il successo di corto.alto non è casuale: c’è tantissima bravura, ma anche uno sguardo rivolto al presente, che permette a Shortall di innestare sulle ritmiche jazz campionamenti e brani presi in prestito dai pesi massimi dell’hip hop, come Kendrick Lamar.
Per chi, come me, non ha questi ritmi come pane quotidiano, la musica entra dentro e inganna un orecchio poco avvezzo alle lunghe session jazz: brani che sembrano finire e invece, come in un fast forward al contrario, tornano indietro e ripartono con melodie simili ma variate, mentre il basso si fa strada fino a portare il pubblico, in certi momenti, quasi in trance.
Poche chiacchiere: ci si presenta all’inizio e si suona. In realtà qualche parola arriva, ma sempre come contorno a una presa bene contagiosa, come quella di amici che ti invitano a una festa: pubblico e band si mescolano, perché quella è l’atmosfera.
C’è spazio per qualche brano del nuovo album, come IJUSTIDONTKNOW, prima di puntare verso la chiusura a cassa dritta: una discoteca messa in piedi da tre musicisti e da non so più quanti strumenti. Shortall ricorda che è la terza o quarta volta che suona qui, e che questa è una città che gli piace.
Arriva il momento dei saluti, ma lo spettacolo non sembra volersi fermare. Nemmeno nel bis Shortall riesce a restare fedele a un solo strumento: campionamenti, basi composte dal vivo, loop station, sassofono e un mood ancora diverso, un viaggio dalle tinte elettro-tribali con sfumature dream pop. Dal pubblico viene chiamato Giordano, a cui viene affidato il sassofono per accompagnare il finale.
Stiamo finendo? Forse sì, ma che fai, non lo lanci un ultimo giro con una sala in visibilio che lo incita a gran voce?
Giordano! Giordano!
Alla prossima, corto.alto. What an amazing show!
