Un viaggio convulso e amaro: la speranza della Pigotta è la risposta di salvezza

“A che cosa serve inventare, creare, se non riusciamo più a capire e comunicare?”

Si apre così “Il viaggio della Pigotta”, in scena il 21 marzo al Teatro Comunale di Bologna in prima esecuzione assoluta.

La primavera viene inaugurata con un viaggio visionario nella contemporaneità, dove nell’operina, la protagonista, la Pigotta, è costretta a situazioni amare che paiono inaffrontabili.
Le musiche e la direzione di Valentino Corvino, la regia e il libretto di Claudia Palombi, le coreografie di Franca Zagatti e le video proiezioni scenografiche di Tommaso Arioso: un connubio di linguaggi poliedrici, tra danza, musica, parola e visivo. In scena solo ragazzi: 180 tra giovani e giovanissimi; musicisti, coristi, danzatori e attori del Centro Mousikè, l’Orchestra Fenjce della Scuola Secondaria di Primo Grado C. Jussi, IC2 San Lazzaro di Savena, la Scuola di Teatro di Bologna “Alessandra Galante Garrone” e il Coro di Voci Bianche del teatro felsineo diretto da Alhambra Superchi.
In scena, i principali punti caldi della contemporaneità: l’ossessiva presenza della tecnologia nelle nostre vite appare sul palco con una coreografia tanto straniante quanto coincisa: jeans scuri e t-shirt nera, movimenti frenetici e disomogenei; sul retro luci dai colori freddi. Così, nelle nostre vite la tecnologia si impone, creando le dinamiche tipiche del “tempo del click”, quello con cui davanti a un computer passiamo da una pagina all’altra, convulsamente e senza assimilare davvero: allo stesso modo avvengono le nostre scelte, le nostre azioni.
Il progetto è stato voluto dal Comitato per l’UNICEF di Bologna e dal Teatro Comunale di Bologna con l’obiettivo di raccogliere fondi a sostegno delle campagne umanitarie di UNICEF: le scene di sfondo infatti, riportano immagini di bambini e orfanotrofi, uno dei grandi punti deboli del nostro tempo poiché “l’infanzia è un’esigenza”, come canta il coro di voci bianche. Ma spesso si tende a chiudere gli occhi e andare avanti nella propria storia nel mondo, a chiudere gli occhi su quello che si è contribuito a determinare.
Poi una schiera di personaggi che uno ad uno ci dicono che cosa manca nella loro vita e gli obblighi a cui sono sottoposti: “Non ho acqua da bere”, “devo lavorare”, e infine “devo dare la mia vita”, “devo togliere altre vite”. La violenza narrata con rullanti di tamburi e persone che rimbalzano da una parte all’altra del palco, come animali selvatici o come proiettili, confusi, instabili. Un crescendo di ritmo e suono, di movimenti e presenze sul palco; il verde del selvaggio sullo sfondo: selvaggio come un uomo che non sa più prender parte a una società che lo priva di ogni energia positiva.
Chi ne risente maggiormente è l’immagine della Pigotta che, sballottata tra i macigni di una vita che non riesce a capire, grida, sola, in mezzo al palco: “Ci dev’essere qualcosa di buono! Ho bisogno di una parola, di una buona parola!”
La risposta arriva ancora una volta dal coro, vestito di un bianco candido come la leggerezza che emana: la parola è “speranza”, è ciò che manca e che serve per affrontare la balia di eventi che paiono insostenibili.
L’intero incasso della serata è stato devoluto al Comitato UNICEF di Bologna, per la realizzazione dei programmi a tutela dell’infanzia e dell’adolescenza.

Angela

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