“Peter Grimes”, prima assoluta al Teatro Comunale di Bologna

Siamo stati alla prima bolognese assoluta di una delle opere britteniane di maggiore successo. Peter Grimes, ovvero “anche sulla costa orientale dell’Inghilterra votano Lega”.

Va premesso che è di per sé meritevolissima l’attenzione che l’istituzione felsinea va dedicando sempre più alla lirica novecentesca, così invisa agl’inguaribili verdiani e pucciniani “de noartri”. Riletture potenziate dalla stessa scrittura britteniana, che con simile atteggiamento guardava a chi di poco lo aveva preceduto, da Mahler a Berg, intessendo dialoghi costanti con la tradizione inglese e coi grandi dell’Ottocento. Un equilibratissimo pastiche di ariose liriche, di notturni, di crescendo wagneriani e di temi popolari. Il tutto sostenuto da una complessità tematica e da una sottigliezza psicologica che parlano a tutti gli spettatori.

Oltre l’inestinguibile cordone di punkabbestia intronizzati sui mefitici scranni di Piazza Verdi, Grimes, interpretato dall’attesissimo Ian Storey, canta la straziante incomunicabilità tra un reietto sottoproletario e la comunità dei paesani, il virtuoso coro del Comunale ben ordinato nell’impetrare la voce del Fato, della Pubblica Opinione, dei Media. Una compagine animata dalla verve quasi salviniana a identificare costi-quel-che-costi il capro espiatorio della violenza. Che abita una bidimensionale roulotte, a ricordarci i vituperati campi rom. Ma sbaglieremo a leggere un’aprioristica divisione fra buoni e cattivi: il rude pescatore è un personaggio contraddittorio, una vittima sì, ma forse in primis di se stesso. Il testo allude al tema della pederastia, e comunque Grimes vive in fondo il desiderio di diventare come coloro che lo avversano. Arricchire, acquistare una bella casa e sposare Ellen, la maestra del paese.

Ho visto nelle stelle la vita che potremmo avere insieme:
Frutti nel giardino, bambini presso la riva,
Una bella soglia bianca e la cura di una donna.
Ma il sognare costruisce ciò che il sognare può sconfessare.
Dita morte si allungano a distruggerlo.
(trad. libera da atto II, monologo di Grimes)

Grimes è nella sua essenza poetico. Vive dove energia creatrice e voragine nullificante convivono. Infine, come nelle tragedie verghiane, sono tutti vinti. Il villaggio, che sacrifica la Verità sull’altare della Paura, ma anche Ellen e Balstrode, quest’ultimo unico apparentemente amico del protagonista, che infine suggerisce a Grimes di prendere il largo e affondare con la propria nave. Senza che Ellen si opponga.

Cosa resta? Un oceano di suono, da cui emerge il grande fondale della Natura, perversa nell’offrire come unico riparo del vinto un letto di morte. Le note riportano incessantemente, con moti impressionistici, alle diverse sfumature dei paesaggi d’acqua. Magistrali i celebri interludi: collante maestoso fra i brani di scena, spesso frammentati in momenti di introspezione su cui piove, letteralmente, l’incessante Temporale del destino. La direzione di Juraj Valčuha è magistrale: coglie appieno questa dinamica complessa di zoom e ingrandimenti, ovvero l’alternanza di momenti corali, di sfondi tematici e di focus introspettivi. Contrasti necessari che rischiavano di portare al caos sonoro, ma così non è stato.
Valido il cast, sebbene, a voler essere pignoli, ci si aspettava una maggiore flessibilità drammatica dalla star Ian Storey, di voce potente ma un tantino lapidea.

In fin dei conti Britten ci riporta, con un opera d’arte totale, alla consapevolezza dell’istintualità che ci attraversa. Nelle civiltà antiche era costume eleggere un individuo da sacrificare: esso diventava temibile ed esecrabile, si faceva carico della violenza della collettività, che attraverso il suo smembramento catartico era restituita agli dei, o, meglio, al numinoso. Allo sfondo immutabile dell’Essere. Alla Natura. A tutto quello che può iniziare con una Maiuscola. Tipicamente il malcapitato era uno straniero. Alla fine del rituale tutti tornavano alla vita quotidiana, così come nell’opera i paesani ignorano il relitto della barca di Grimes, che affonda con il pericoloso, odiato anti-eroe. Vi ricorda qualche tema d’attualità?

Di Andrea Zangari