Ritratto al “Fosforo” di Matteo Fiorino

La copertina dell’album, rigirandolo tra le mani se siete appassionati dell’old style, attira l’attenzione in maniera controversa. Una natura morta spigolosa, dipinta con evidente grande conoscenza artistica e con un sapore tra il retrò e una nota di malinconia. Come quando rivedi un quadro che era nella casa al mare dove non vai da anni, che ti piace ma del quale non sei sicuro di cogliere il significato al 100%. 

Al primo ascolto del nuovo album di Matteo Fiorino, Forsforo, la sensazione è che queste emozioni da copertina siano colate all’interno, a ricoprire le tracce. Il secondo album dell’artista venuto alla ribalta anche grazie al Premio Buscaglione è al contempo nostalgia, una tonalità simile ad un nuovo Giorgio Poi e declinata alle influenze liguri, con profumi di una sperimentazione disegnata sulle idee di Franco Battiato, che si sente forte in Madrigale. Partendo già da Gengis Kahn, dove il tono è chiaro e irremovibile, l’album si srotola in un racconto di nove tracce che accolgono un intero viaggio, introspettivo e non, che ha portato Matteo Fiorino dalle coste liguri a Bologna, sino a raggiungere la Grecia. Proprio lì raccoglie la scintilla per battezzare il disco sotto il nome di Fosforo, scegliendo una parola di origine greca: “(phosphoros) significa portatore di luce. Le conseguenze delle nostre azioni ci illuminano sempre in maniera lampante, come fulmini o fiammiferi. Questo disco contiene tracce di fosforo, come i fiammiferi, gli esplosivi e i dentifrici”. 

Sorrisi e luce, esplosioni e piccole lucciole per affrontare i temi che, pur non essendo inediti al racconto, il cantautore ligure riesce ad eviscerare in maniera interessante: l’onnipresente amore,così come l’amicizia, sono in Un Cubo, Calcide e in Canzone Senza Cuore, attraversate come fossero un mare conosciuto. Con la capacità di analizzare e poi lasciare andare, la navigazione di Fiorino conferma come: “il mare continua ad essere il luogo dove mi sento più quieto, dato che è in continua agitazione come lo sono io, e rimane anche l’unico luogo che io conosca dove esiste soltanto il presente, un solo e continuo tempo presente“. E questo approccio spiega anche finalmente quella natura morta che, a sorpresa, spunta anche nel retro dell’album per mano di Giacomo Laser. L’artista dà un nome a quella scelta, lo chiama autoritratto.

Dopo tre anni dall’uscita del sempre sarcastico Il masochismo provoca dipendenza la musica del cantautore porta i segni di un viaggio, e come ogni trascorso che si rispetti ha lasciato traccia sulla sua musica: una maturazione che si sente nei testi e nelle conversazioni con gli amici che lo accompagnano (IOSONOUNCANE, Ottone Pesante e altri). Il risultato è un disco da ascolto che mantiene i tratti del grande calderone delle produzioni cantautoriali “indie” pur garantendo di spiccare nella libreria musicale grazie alla presenza di  black music, psichedelia, progressive, jazz ed elettronica. Nell’attesa dei prossimi concerti noi ascoltiamo il disco e ci prepariamo.

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