Il Minotauro di Archivio Zeta alla Futa

Di Andrea Zangari

L’incontro fra Archivio Zeta, aka Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, e il cimitero Militare Germanico al Passo della Futa ha prodotto per 14 anni preziose azioni sceniche col e nel paesaggio. Lo dirò col cuore da architetto e paesaggista (l’uno dovrebbe sempre sottendere l’altro, ma via, siamo espliciti): considerata l’intensità emotiva del luogo, non c’è che da prestare orecchio e parola all’architettura, per giungere alle viscere degli spettatori.
Il duo teatrale porta ancora avanti la sua predilezione per l’epica, ed un recupero del classico affilato dall’acutezza filologica e mediato dal confronto con solidi impianti critico-intellettuali novecenteschi: dalla Harendt a Pasolini, da Pavese a Calvino. Per anni ho goduto nel seguire le voci e le sagome degli attori perdersi nell’apertura dello spazio monumentale, seguire i filari di sepolture, sedersi sui muretti a secco che ritmano il declivio. Ho sempre apprezzato l’operazione scenica come un commento al disegno del progetto, che a sua volta è un commento alla partitura del paesaggio tosco-emiliano circostante. I progetti buoni (nel senso greco della kalokagathia) sono infatti quelli che fanno economia di segni – parola mia, mica di chissà-chi, ma provate per credere – e alla Futa emerge dal suolo quello che basta, e, dove non basta, i volumi si celano in sé stessi conducendoci a conoscerne il cuore materiale, fino all’escavazione-bunker al di sotto dello sperone sommitale, autentico compimento della montagna per mano d’uomo.

Ma dove c’è incontro fra luogo-testo-azione? Urge una digressione.

Nella prospettiva di Cortazàr sul mito del Minotauro, vi è una sovversione politica: l’eponimo dedalo rinchiude il mostro, l’inaccettabilmente diverso che il potere, stigmatizzato ne “i Re” – i protagonisti, appunto, ha continuamente da se-gregare per autoalimentarsi. Epperò nell’etimo il mostro è proprio quello che si mostra, tanto più se, come esperienza quotidiana insegna, tentiamo di nasconderlo. Mostro è oggi il poeta, l’avversario della parole della Tecnica come già Heidegger insegnava, o del discorso del capitalista, come insegnava invece Lacan: la sua parola sottrae terreno al calpestio del potere, qualunque potere – la potestas stessa, in quanto è prevaricazione. Nello specchio delle intenzioni di Cortazàr, la sovversione deve dunque anche riguardare i sentimenti: Arianna consegna a Teseo il gomitolo, pregando l’ateniese di riferire al fratellastro che a lei quel filo portava: segno ambiguo di una potenziale liberazione. Se uccidesse Teseo, Minotauro potrebbe re-insediarsi nel mondo. Ma questo è ciò che deve restare impossibile: se ogni azione fosse poiesis si travalicherebbe il limite dell’umano. Il gesto suicidario di Minotauro è necessariamente e strutturalmente mito-poietico, scava un vuoto nella Parola, per sottrarla al funzionalismo del potere. Qui è l’incontro fra il testo e l’architettura del cimitero: il punto più alto è sempre un’assenza. Dice Arianna: “Oh fratello solo, mostro capace de eccedermi persino nell’assenza, di rivestire con paura la mia prima tenerezza!“. Nel vuoto è pure la migliore scelta interpretativa\performativa: il Minotauro non c’è, se non per voce (registrata) della sorella Arianna. Voce che è dunque incesto, ovvero fusione di senso e di sensi. Il corpo, quello non si vede: potrebbe essere lo sperone sommitale, che funge magnificamente da presenza destabilizzante per tutta la trama precedente l’ingresso di Teseo nel labirinto, alimentando un climax: con incontestabile semplicità, il movimento è una graduale ascesa verso il sacrario, nel cui spiazzo apicale si conclude l’opera.
Proprio lasciandosi vincere, Minotauro termina il dramma con la distruzione simbolica del labirinto: quando l’ ultimo osso si sia separato dalla carne, e questa mia figura dimenticata, nascerò veramente nel mio regno incontabile. Lì abiterò per sempre, come un fratello assente e magnifico. Perché ciò che interessa il poeta non è sopra-vvivere, ma una trascendimento continuo della propria condizione. Nella sua più intima natura Minotauro è inafferrabile, è sempre di là dalla sua stessa nascita. Non lo si può nemmeno nominare, senza perderlo. Come lo sperone che corona il cimitero: sarebbe vano chiedersi cosa rappresenta, perché se lo dicessimo (se tentassimo di dirlo) verrebbe meno al suo pieno apparire.
Del resto, si potrebbe criticare una verve interpretativa troppo “sparata”, una maschera fredda che spesso Archivio Zeta ha collocato innanzi al testo per trasparenza, ma che a volte disincarna l’azione, stereotipizzandola e rendendola volatile rispetto all’immensità del paesaggio. Potremmo, ma non lo faremo, perché preferiamo vediate voi stessi. E con ciò termina la digressione, e pure l’articolo.

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