I romanticoni d’altri tempi e il mal d’amore di Brunori SAS

Di Andrea Zangari

Un anziano professore di architettura mi ripeteva che la piazza più bella di Bologna è Santo Stefano. Concordo. “Oggi non potremmo assolutamente riprodurre una qualità spaziale simile”. Concordo, again. “E non c’è un metro di pista ciclabile!” aggiungeva provocatoriamente. Lo sanno bene i fondoschiena dei bolognesi, che vibrano al ritmo dell’acciottolato ripristinato a fine ’80 in memoria del fu calpestio medievale.

Ci si può provare anche con la sinfonica. Non voglio dire che nel variegato panorama indie manchino oggi proposte in grado di raccontare quegli inafferrabili kilometri di psiche sotto al pelo. Au contraire, la lezione dei maestri può arricchire l’ascolto del contemporaneo. Che poi ogni ascolto è contemporaneo, nelle arti performative più che mai.

Venerdì 27 l’orchestra del Teatro Comunale di Bologna, guidata dalla ormai solida bacchetta dell’energico Mariotti, ha offerto un repertorio di spiccato romanticismo. Quasi da visualizzare l’inflazionatissima sagoma in frack stagliata sul nebbioso pendio. Come ci arrivò quel frack su una vetta alpina? E come faceva l’ottuagenaria impellicciata, seduta a fianco a me nella vellutata e densa platea del Comunale, a non evaporare ? C. D. Friedrich, lo sai?

Ma i misteri esistenziali vanno in stand-by durante l’ora e mezza di concerto. La Passacaglia op. 1 di Webern in apertura, ultima composizione giovanile del musicista che poi abbracciò l’insegnamento “schonberghiano” . Ovvero serialismo integrale, altroché minimalismi technologici e sperimentazioni acid jazz; pura autoreferenzialità del linguaggio musicale, astratto da ogni sentimentalità. Ma la Passacaglia è opera di passaggio: è ancora nella “forma barocca”, e di colore romantico. Una chiave perfetta per aprire a ritroso verso la sinfonia n. 5 di Schubert, e la sinfonia n.3 di Mendelssohn-Bartholdy, massimo romanticismo. Più rarefatto il primo, più colorito il secondo.

Mariotti riesce ad ottenere il massimo che l’orchestra possa dare, dicono moltissimi intenditori. Chi lo sa, certamente il ritmo è sostenuto, più adatto alla simpatica brillantezza della Passacaglia e alla sentimentalità appena monumentale della Scozzese, che alla scioglievolezza “schubertiana”. Qualche riserva sugli ottoni, spesso un punto debole dell’ensemble. Ma l’interpretazione tiene. E lascia un dolce sollievo sul cinismo sentimentale dell’affettività di oggi. Che poi chi lo sa se è di oggi: io “ieri” mica c’ero. Allora dico: sulla mia difficoltà di amare oggi. E in quei paesaggi sonori delicati mi sento meglio. “Perché alla fine dai, di che cos’altro vuoi parlare?”. Brunori docet.