Focus on Biografilm: perchè scrivere un “Manifesto”

Scrivo un Manifesto perché non ho niente da dire. Eppure è questo il senso del mio gesto: scrivere un Manifesto per il gusto di scrivere un manifesto.“Non diteci che l’arte è solo fine a se stessa”, grida il vagabondo al mondo, dal suo rifugio di macerie e nebbia in quella che sembra un ex area industriale abbandonata. L’arte fine a se stessa, “art for art’s sake”,recitavano gli esteti nell’Inghilterra vittoriana.

È Manifesto, il film manifesto del Biografilm nella sua tredicesima edizione. Bologna si costella di luci di schermo e buio della sale, dal 9 al 19 giugno. Opera dell’artista e regista Julian Rosefeldt, tratta dalla sua celebratissima, omonima installazione. Cate Blanchett è protagonista assoluta della pellicola: il Premio Oscar è una sola donna che veste i panni di un senzatetto e di una maestra, di una mamma e di una donna in carriera, di una ricercatrice, di una regista, di una drogata. Il film ha già conquistato lo scorso Sundance Film Festival. Sembra un mondo, quello di Manifesto, in cui l’arte prende lo spazio di ogni discorso, di ogni elucubrazione tra gli alti ranghi, di ogni insegnamento scolastico, di ogni pensiero sbronzo: un’arte fine a se stessa, che non porta cambiamento nel mondo, anche se è ciò che si ripropone.

Un’arte tutta slogan e niente carne: quella futurista, quella dadaista, quella estetista, quella delle parole del Manifesto del Partito Comunista. Quella anacronistica di manifesti che oggi avrebbero parecchio da dire ma che, nel mondo odierno, guadagnano spazio solo per la forma e il suono delle parole. All’opposto, ci sono una mamma in motorino che fino a poco prima scriveva versi alla luce bianca del cucinino, poi si lascia battere dalla pioggia lungo la strada. Un’arte una preghiera a tavola, mentre i bambini hanno gli occhi sul pollo caldo: e le uniche parole di quel pasto rimangono quelle, le litanie religiose verso una divinità femmina che si celebra nei libri e nei musei. Poi prende anche la forma di Cristo, quest’arte, quando una donna che costruisce marionette lascia morire quella di se stessa sul tavolo davanti a sé, nella stessa posizione del dio cristiano crocefisso. E quando tutto perde senso, quando addirittura ci si accorge di ciò, la soluzione è far lavori di “manutenzione quotidiana: “lavarsi le mani, pulire il bagno, mettersi a tavola, aprire il libro, fare la spesa”. E “far confluire tutto ciò nella coscienza con arte”.

Julian Rosefeldt indaga il linguaggio e le convenzioni del cinema come allegoria della società e dei comportamenti umani in 13 scene che richiamano 50 manifesti della storia dell’arte e della letteratura. Il tutto confluisce in drammatici soliloqui, immagine della società individualista contemporanea.