Cartoline dal Vie Festival: il teatro di ERT

Di Andrea Zangari​​

Abbiamo seguito tre spettacoli dell’undicesima edizione di Vie, festival organizzato dall’ERT, teatro nazionale dal cuore modenese, ma con apparizioni sulle scene di Bologna, Carpi, Vignola. 

Tre spettacoli diversissimi: Luciano, di e con Danio Manfredini, Begalut, pastiche popolare del regista georgiano Levan Tsuladze, e Giuramenti, ultimo frutto del Teatro Valdoca a conclusione di un laboratorio in residenza con giovani attori.
 
Se consideriamo “buona” ogni operazione scenica che illumini l’umano nel suo semplice manifestarsi, nel suo costituirsi e donarsi, allora è stato, come nelle passate edizioni, buonissimo teatro. E non ne faremo una critica “tecnica”: non è il nostro mestiere.
Con Luciano, Danio Manfredini porta in scena l’annulamento dei confini tra l’io e il mondo della memoria, della fantasia e, ça va sans dire​
​, della poesia. Sullo sfondo brani di città milanese: pezzi di giardinetti, cessi pubblici, rovine e cinema a luci rosse, un profluvio di autocitazioni ed autobiografismi illuminati da un’indefinita luce che annega nell’inferno del manicomio il testo, un collage di poesia altissima che paradossalmente riluce nella bocca e nella voce del protagonista. Quando Luciano canta alla luna le parole del pastore errante dell’Asia, la matta interrogazione ci scende dalla gola alla pancia, sovverte il mondo del senso comune. Sì, la parola è pronunciata impeccabilmente, quanto a tono e con-testo.
Begalut
 è tutt’altro mondo, ma pur sempre canoro: di canto schiettamente popolare, ebraico, portato in voce con gestualità sapientemente semplificata, persino goffa, aperta a trovare inciampi sulla scena. Non c’è testo (la compagnia è bulgara), ma la trama è ben scandita, come un film muto, come in
fueilleton
per immagini.
Giuramenti
è, quasi per antitesi, frutto di un percorso di ricerca anche testuale e non scevra d’intellettualismi, ma la magnifica corporeità del cast allontana il rischio del
pastiche cervellotico. Nel bel teatro carpigiano la platea è svuotata, le seduta coperte da una cortina candida su cui scorrono immagini di un bosco. Proprio in un bosco, apprendiamo poi, si è svolto il training in preparazione della messinscena. La poetessa Mariangela Gualtieri, drammaturga del Teatro Valdoca cofondato col regista Cesare Ronconi, ha cucito nel, sul e dal corpo d’ogni attore la sua drammaturgia, grida primordiali ribollenti di grazia e di feroce dolcezza. La tragedia del corpo femminile parla di attualità, ma di un’attualità atavica, che lo innalza a simbolo del sacrificale. Un’opera politica senza essere mediatica, ma sublimemente sempre diretta al cuore dello spettatore.
Nelle loro profondissime diversità, e nel marcato autorialismo che pure nulla ha tolto alle singolarità sul palco, s’è assaporato un comune sottosuolo poetico fatto di terra bollente e grassa d’amore per l’umano. Tre indagini sottili sullo sfacelo del soggetto sotto i gravi della Storia, delle discriminazioni sociali, dei bombardamenti mediatici e bellici. La forma che emerge è spesso quella di corpi in reazione, che ancora giovani vettorializzano potenti psichismi, o che, sfasciati e anziani, trascinano dolori sfocati.
Quale che sia il punto di caduta delle gestualità e dei codici inscenati, Vie è stato un’iniezione di coraggio a guardare l’essenza poetica al di sotto della nostra pelle, il grido necessario, in un tempo tassonomico di rifiuto del diverso (e dunque del sacro), a ri-conoscere ed agire ogni nostra infamia, ogni cupezza, ogni frustrazione – per riaffermare la volontà di una vita piena, non segregata in se stessa né tantomeno autocensurata per il quieto vivere.

 

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