Al Teatro Comunale di Bologna arriva Lucia di Lammermoor

Siamo stati alla prima bolognese dell’attesissima Lucia di Lammermoor, opera cardine della produzione donizettiana all’alba del repertorio romantico, che tocca con note celesti temi brutali come l’incesto, la violenza, il potere perverso. 

Uxoricidio, parricidio, genocidio, fratricidio…la storia della lingua fotografa un vuoto eloquente per l’uccisione del proprio marito. Uxoricidio è impropriamente usato per la soppressione di un coniuge, ma uxor è inequivocabilmente solo “moglie” dal latino. Lucia di Lammermoor è un opera che mette in scena dunque l’irrituale, stupefacente ribellione alla storia del linguaggio, che è poi la storia dell’umanità, da parte di un’eroina fra le più note del panorama lirico.
Anzi, più che di mise-en-scène dovremmo parlare di una sottrazione alla scena: l’atto dell’uccisione del neosposo lord Arthur è solo riferito, non visualizzato. Qui la regia di Lorenzo Mariani ha giocato un piccolo escamotage, portando il corpo del morente, non ancora trapassato, ad agonizzare sul palcoscenico, per spirare infine sul banchetto nuziale ancora imbandito. Quasi un sacrificio eucaristico. Il colpo ferale resta tuttavia antecedente, sottratto al visibile. Sicuramente una pudicizia necessaria per il pubblico ottocentesco, cui l’imago del femminino delicato ed angelico risultava irrinunciabile. Forse però è, di più, l’incipit di una rivoluzione di genere che oggi infuria.
E la difficoltà a rappresentare l’opera genera proprio da questa invisibile faglia, coeva al passaggio musicale dalla forma classica a quella romantica, transizione delle cui fluttuazioni il libretto è ben intriso.
Se questo è l’albero, non si può certo dire che i frutti visti in scena siano prelibati, partendo proprio dal patetismo della scena madre di cui sopra: cosa giustifica l’apparizione in scena del morente, costretto a rantolii e gesticolazioni antidiluviane? In generale, le doti interpretative dell’intero cast sono parse straordinariamente deludenti, retoriche fin quasi al comico. Una discreta bordata di fischi, a mio avviso più che motivati, ha salutato la regia: le psicologie sono state abbozzate, spesso lasciate in sospeso. I costumi erano, a voler trovare un complimento, sobri, ma potremmo dire anche grigi: la protagonista si è aggirata con una sola veste bianca da bambola vittoriana per tutte le scene. Della scenografia merita interesse la proiezione video di un notturno bosco in b\n, ora mosso da un’impercettibile quanto sinistra brezza, ora in tempesta, ora inondato da una nebbia impenetrabile. Piacevole anche la tavolozza, un equilibrato bouquet di verdi su sfondo grigio, dal quale ci si poteva però aspettare un uso più irruente del rosso sangue.
Non redime quanto sopra la prova orchestrale, chiaramente segnata dall’indecisione su cui pare prevalere l’incertezza interpretativa degli stessi personaggi, nonostante la direzione di un Mariotti sugli scudi della critica (giustamente): forse l’intensa programmazione e l’afa bolognese sono costati l’incapacità ad afferrare il punto di un’opera estremamente complessa.
Gli attori, a completare il quadro, non hanno brillato nemmeno per il canto: nonostante le ovazioni, Stefan Pop (Edgardo) ha impiegato una voce abbondante ma indelicata nelle sfumature, Irina Lungu (Lucia) ha ignorato i passaggi in cui il libretto evocava la tradizione belcantistica, a vantaggio di una drammaticità sensazionalista ottenuta con acuti gridati e poco decorati.
A corollario della discutibile serata il manichino appeso a mezz’aria, forse una didascalia del testuale “è in cielo” proferito da Raimondo, educatore dell’eroina. Quasi il fantasma di un’esecuzione, sebbene la protagonista muoia per una sempre misteriosa sincope d’amore.
Quel che ne ricaviamo è, forse, che rappresentare la violenza femminile è ancora cosa dura. Forse però, fra qualche anno, si invertirà la vergogna dei femminicidi: avremmo molti “maschicidi”, ci inventeremo una parola più eufonica per nominarli, Bruno Vespa avrà più plastici che mai, il personaggio di Lord Arthur sarà rivalutato come icona martiriologica, si metteranno in scena delle “Lucie” più credibili. Io, dal canto mio, fonderò un’associazione per la tutela del maschio e del belcanto.

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